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Ipotermia terapeutica, dopo un arresto cardiaco può ridurre le lesioni cerebrali

Ipotermia terapeutica, dopo un arresto cardiaco può ridurre le lesioni cerebrali

Ipotermia terapeutica, dopo un arresto cardiaco può ridurre le lesioni cerebrali

ROMA – Il problema più grave, in caso di attacco cardiaco, è la temporanea mancanza di ossigenazione al cervello, che può produrre danni gravi e irreversibili. Un innovativo studio, sostiene che portare il paziente in ipotermia, ossia far scendere la temperatura corporea sotto un certo valore, può ridurre le lesioni cerebrali.

Una tecnica simile è diffusa negli ospedali ed è ritenuta un modo efficace per salvare la vittime di ferite d’arma da fuoco: raffreddando il flusso sanguigno il chirurgo può intervenire senza provocare ulteriori emorragie.

I risultati di un nuovo studio, condotto dalla Neurocritical Care Society, hanno convinto che il metodo potrebbe prevenire lesioni cerebrali nei pazienti in gravi condizioni critiche rispetto al flusso sanguigno.

L’American Academy of Neurology, ha presentato alcune linee guida in cui invita le famiglie a chiedere ai loro cari di utilizzare l’ipotermia, attraverso sacchetti di ghiaccio, ossia di ridurre la temperatura corporea dai normali 37° a 32°.

L’abbassamento della temperatura corporea, si ottiene mediante sacchetti freddi o speciali coperte posizionati sul corpo o, internamente, con l’uso di dispositivi che raffreddano il sangue che scorre nei vasi. Durante l’ipotermia terapeutica, il corpo viene raffreddato per ridurre la temperatura del cervello e rallentare la velocità con cui le cellule cerebrali muoiono una volta che subentra la mancanza d’ossigeno. E ciò con l’obbiettivo di dare più tempo al chirurgo per salvare la vita del paziente e ridurre le lesioni cerebrali.

Un arresto cardiaco avviene quando il cuore funziona male e improvvisamente smette di battere: la persona perde coscienza e smette di respirare normalmente e a meno che non ci sia un intervento immediato, massaggio cardiaco o altre tecniche di rianimazione, potrebbe morire nell’arco di pochi minuti.

Un attacco cardiaco può causare un arresto cardiaco, ma non è la stessa cosa: un attacco cardiaco avviene quando c’è un bloccaggio delle arterie coronarie, spesso causato da un coagulo di sangue ma la persona è cosciente e respira.

Più di 400.000 americani, ogni anno, hanno un arresto cardiaco e le statistiche di sopravvivenza sono sconfortanti: circa il 50% delle persone viene rianimata ma solo il 10% sopravvive. Tra quelli che sopravvivono, la metà ha subito lesioni cerebrali a causa della mancanza d’ossigeno. Più a lungo non il cervello non riceve ossigeno e tanto più subentrano dei danni, maggiore è la possibilità di lesioni permanenti o il decesso.

Romergryko G. Geocadin, medico alla School of Medicine della Johns Hopkins University di Baltimora, ha dichiarato: “Le persone in stato di coma dopo la rianimazione per arresto cardiaco, richiedono una complessa assistenza neurologica e medica e i neurologi possono svolgere un ruolo fondamentale raffreddando il corpo così da ottenere risultati migliori”.

La tecnica dell’ipotermia terapeutica è stata descritta in Grey’s Anatomy, la serie televisiva statunitense prodotta dalla ABC che segue le vicende dei medici del Seattle Grace Hospital.

L’ipotermia è utilizzata anche in caso di persone vittima di colpi d’arma da fuoco o pazienti che hanno perso molto sangue. In casi come questo, i medici non hanno tempo di raffreddare gradualmente il corpo e intervengono con la cosiddetta sospensione animata: sostituiscono il sangue con una soluzione fredda di potassio o salina. Anche se i pazienti sono clinicamente morti, i medici riparano i danni e successivamente tornano a pompare il sangue nell’organismo.

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