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Batterio mangia plastica: così salveremo gli oceani

ROMA – Un batterio per mangiare la plastica e degradarla, così da salvare gli oceani e l’ambiente. Il batterio isolato da un gruppo di ricercatori giapponesi del Kyoto Institute of Technology si chiama Ideonella sakaiensis e si nutre di plastica, che riesce a digerire grazie alla presenza di due enzimi. La scoperta rappresenta un promettente passo avanti nello smaltimento delle 311 tonnellate di plastica prodotte ogni anno e soprattutto per i mari e gli oceani, in cui finiscono ogni anno tra i 4,9 e i 12,7 milioni.

Sandro Iannaccone su Repubblica spiega che l’allarme per la presenza di plastica è stato lanciato anche dai ricercatori della Sea Education Association, che lo scorso anno sulla rivista Science ha pubblicato i rischi di un mancato smaltimento di questi rifiuti e la necessità di un riciclo più efficiente per salvare i mari. Ora i ricercatori giapponesi hanno pubblicato la scoperta del batterio su Science e si pensa alle applicazioni per il futuro:

“Il batterio, spiegano gli autori della ricerca, è particolarmente goloso di PET – per la scienza: polietilene tereftalato – , una delle plastiche più diffuse al mondo. Se ne producono circa 50 milioni di tonnellate l’anno ed è utilizzata soprattutto per scopi alimentari (bottiglie e contenitori per cibi e bevande), ma anche per costruire etichette, involucri per batterie, tubi e pellicole. Dal punto di vita chimico, si tratta di una plastica estremamente resistente al processo di biodegradazione, cioè di distruzione da parte di agenti biologici: finora si riteneva che solo due funghi, tra gli organismi conosciuti, fossero in grado di decomporre parzialmente il PET. Almeno fino a oggi, quando è stato identificato Ideonella sakaiensis.

Il batterio è stato scovato dagli scienziati analizzando oltre 250 campioni prelevati da un sito di riciclaggio di bottiglie in PET, ed è assolutamente unico nel suo genere. In particolare, i ricercatori del Kyoto Institute of Technology, guidati da Shosuke Yoshida, hanno identificato i due enzimi chiave nella reazione di idrolisi (cioè di rottura, decomposizione) della plastica, descrivendo in dettaglio il processo. Il primo si chiama, molto banalmente, PETase, ed è secreto dal batterio quando questi aderisce alle superfici plastiche. Il secondo si chiama MHET idrolase, ed è quello responsabile della rottura delle catene di PET in molecole più piccole e “innocue”, l’acido tereftalico e il glicole etilenico. Il processo, aggiungono gli scienziati, è purtroppo abbastanza lento – la degradazione completa di una piccola pellicola in PET impiega circa sei settimane alla temperatura di 30 °C – ma, nonostante ciò, “la scoperta potrebbe avere implicazioni molto importanti per il riciclo delle plastiche, così come per lo studio dei principi dell’evoluzione degli enzimi”, come spiega Uwe T. Bornscheuer sull’editoriale che accompagna l’articolo scientifico.

La ricerca, naturalmente, andrà avanti: gli autori dello studio hanno infatti intenzione di capire se è possibile utilizzare il batterio per isolare l’acido tereftalico e riutilizzarlo per la produzione di nuova plastica, il che consentirebbe di evitare l’uso di petrolio. Oltre che, naturalmente, comprendere a fondo i meccanismi di decomposizione della plastica, con lo scopo di intraprendere azioni corali di bonifica degli ecosistemi.

Il pericolo, in effetti, è molto concreto: uno studio condotto dagli scienziati del Finnish Environment Insitute nel dicembre 2013, per esempio, ha svelato che la plastica che inquina gli oceani costituisce una grave minaccia per gli abitanti del mondo sottomarino: spezzettata dagli agenti atmosferici in particelle micrometriche – la cosiddetta microplastica – viene facilmente ingerita dal plancton, da dove si diffonde poi al resto dell’ecosistema. Il problema è particolarmente sentito anche in Italia: come ha evidenziato il rapporto Marine litter 2015, pubblicato da Legambiente a novembre scorso, il 95% dei 2597 rifiuti galleggianti in 120 chilometri quadrati di mare è fatto di plastica. Al primo posto, fogli e buste, letteralmente letali per la fauna. Il mare più inquinato è l’Adriatico, seguito dal Tirreno e dallo Ionio. Altro che bandiere blu”.


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