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Greenpeace lancia allarme: “Falde acquifere a rischio contaminazione da Vicenza a Verona”

VICENZA –  Le falde acquifere nelle province di Padova, Vicenza e Verona sono a rischio inquinamento da Pfc, composti poli e perfluorurati, che sono pericolosi per la salue. Greenpeace ha rilasciato un rapporto dal titolo “Come i Pfc entrano nel nostro corpo” in cui esamina i livelli di inquinamento di queste sostanze in Italia, Ohio-West Virginia, Olanda e Cina. Per quanto riguarda il Bel Paese, l’area critica è di circa 150 chilometri quadrati e si trova nel triangolo tra le province di Padova, Vicenza e Verona in Veneto.

Luisiana Gaita sul Fatto quotidiano spiega che i Pfc sono sostanze con caratteristiche di repellenza ad acqua e olii ed elevata stabilità termica e chimica, che vengono utilizzati in numerosi processi industriali e per la produzione di beni di consumo, soprattutto di abbigliamento:

“Una volta rilasciati in natura, però, alcuni Pfc impiegano molto tempo per decomporsi, restando così nell’ambiente per molti anni e diffondendosi in tutto il globo: nelle acque superficiali (fiumi e laghi), potabili e di falda, ma anche nell’aria e nella polvere domestica. “Prove evidenti dell’inquinamento, recente o passato, generato dalle aziende chimiche che producono Pfc – scrive Greenpeace nel rapporto – inclusi quelli utilizzati nella produzione del Ptfe (Politetrafluoroetilene, conosciuto come Teflon), esistono per almeno quattro aree del pianeta: la valle del Mid-Ohio negli Stati Uniti, la zona di Dordrecht in Olanda, la provincia di Shandong in Cina e, in Italia, il Veneto”.

In Veneto è scattato così l’allarme e Greenpeace sottolinea che questi composti oltre ad essere stati rinvenuti nell’acqua, sono stati trovati anche nel sangue dei residenti, stando ad uno studio di monitoraggio biologico lanciato nel 2015 su oltre 600 persone residenti in 14 Comuni dalla Regione Veneto insieme all’Istituto superiore di Sanità:

“I risultati preliminari hanno mostrato, in alcune delle popolazioni più esposte, concentrazioni di Pfoa fino a venti volte più alte rispetto a quelle relative ai cittadini che non si trovano nelle zone contaminate. “Si tratta di una seria minaccia in Veneto come in Ohio-West Virginia” spiega Giuseppe Ungherese, responsabile della campagna Inquinamento di Greenpeace Italia. Che racconta: “Stiamo chiedendo alle aziende dell’abbigliamento outdoor, uno dei settori che impiega queste sostanze, di eliminarle dalla produzione entro il 2020. Alcuni marchi lo stanno già facendo perché le alternative sono già disponibili sul mercato”.

Il Consorzio Italiano Detox, nato a Prato, è nato proprio con l’obiettivo di chiedere alle aziende di limitare l’uso di queste sostanze, che sono collegate al rischio di sviluppare tumori al rene e ai testicoli:

“L’origine dell’inquinamento negli Stati Uniti e in Europa risale all’inizio della produzione di Pfc negli anni Cinquanta e Sessanta. “Dei composti prodotti dagli impianti europei e americani facevano parte, fino a pochi anni fa – rileva il rapporto – il Pfos (Perfluorottano sulfonato) e il Pfoa(Acido Perfluoroottanoico), Pfc oggi noti per la loro elevata persistenza e pericolosità per la salute”.

Il caso più noto al mondo è sicuramente quello della valle del Mid-Ohio, negli Stati Uniti, dove lo stabilimento chimico della DuPont ha prodotto Pfc dagli anni Cinquanta contaminando anche le acque destinate al consumo umano. “Negli ultimi quindici anni, a seguito di una class action contro la DuPont – ricorda Greenpeace – è stato nominato dalle parti un gruppo di esperti per stabilire i possibili effetti della contaminazione sulla salute della popolazione residente (69mila persone). È stata così dimostrata l’associazione di patologie gravi come il cancro ai reni, alla prostata, alle ovaie, ai testicoli e al linfoma di non-Hodgkin con l’esposizione a Pfoa”.


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