Ambiente

Terremoto, sismologo: “Non fa lui i danni, ma l’ambiente costruito dall’uomo”

Terremoto, sismologo: "Non fa lui i danni, ma l'ambiente costruito dall'uomo"

Terremoto, sismologo: “Non fa lui i danni, ma l’ambiente costruito dall’uomo”

ROMA –  “Non è il terremoto in sé a fare i danni, ma la vulnerabilità dell’ambiente costruito dall’uomo”: a dirlo, in un colloquio con Stefano Ardito sul Messaggero, è il sismologo dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia Massimo Cocco. Sismi in Italia e sull’Appennino ce ne sono stati molti nella storia, ma a fare la differenza erano i fattori ambientali, causati dall’uomo.

Di paesaggi naturali Stefano Ardito se ne intende. Non è solo giornalista, ma scrittore, documentarista e “camminatore”, e nella sua vita ha partecipato a spedizioni di trecking in giro per il mondo, dall’HImalaya alla Patagonia, e ha collaborato con la Regione Abruzzo, il Corpo Forestale dello Stato e vari parchi nazionali.

All’indomani del terremoto che il 24 agosto ha sconvolto l’Italia centrale e ha raso al suolo i borghi di Amatrice (Rieti), Accumoli (Rieti) e Arquata del Tronto (Ascoli Piceno), Ardito ha ripercorso la storia dei terremoti in Italia per capire se ci siano delle responsabilità umane che rendono letali (o più letali) gli inevitabili eventi naturali.

La fabbrica dei terremoti è accanto a noi. L’Appennino, per gran parte del suo sviluppo, è percorso dalla linea che salda due parti d’Italia che tentano da millenni di allontanarsi l’una dall’altra, scrive Ardito. Mentre le regioni che si affacciano sul Tirreno, cioè il Lazio, la Toscana, la Campania e buona parte dell’Umbria restano ferme, quelle della costa orientale, cioè le Marche, l’Abruzzo e il Molise, si spostano verso nord-est di qualche millimetro all’anno. L’Adriatico, ogni secolo, si stringe di circa mezzo metro. Lungo la linea, che i geologi chiamano faglia, l’energia si accumula per anni, poi si scatena all’improvviso.

Provocando il terremoto. In Italia di terremoti anche forti ce ne sono stati molti, anche del settimo grado della scala Richter.

Nella storia dell’Italia moderna, dei superterremoti di questo tipo hanno colpito nel 1703 Norcia e L’Aquila, nel 1908 Reggio Calabria e Messina, nel 1915 Avezzano e decine di borghi della Marsica. Il sisma del 1980, che ha avuto l’epicentro in Irpinia, e ha causato seri danni anche in Calabria e a Napoli, ha avuto una magnitudo di 7.2. Sui terremoti che colpiscono l’Appennino, i geologi in realtà sanno molto. «Il primo terremoto che conosciamo ha devastato nel 1315 L’Aquila. Sappiamo meno di quello che intorno al 1298 ha causato gravi danni a Rieti» spiega Gianluca Valensise, il sismologo che coordina da cinque anni il Progetto Abruzzo dell’INGV, teso a valutare il pericolo sismico nei centri e nelle valli dell’Appennino. «Nel 1349, un terremoto con epicentro nella valle del Salto, sul confine tra il Lazio e l’Abruzzo, ha causato gravi danni a Roma e ha abbattuto un pezzo del Colosseo. Oggi un evento del genere avrebbe conseguenze drammatiche» prosegue Valensise. «L’ultimo terremoto importante nella zona di Amatrice è avvenuto nel 1639. Un intervallo così lungo, purtroppo, aiuta la popolazione e gli amministratori a dimenticare il pericolo». 

Il sisma del 24 agosto è stato molto simile a quello dell’Aquila del 2009 per direzione del distacco, entità dell’abbassamento della zolla tirrenica ed energia liberata. A determinare i danni, però, sono parametri diversi: anche l’ora e la stagione influiscono. Un terremoto che avviene di notte e in un periodo di vacanza farà molte più vittime (in una località di villeggiatura) di quante non ne farebbe di giorno in inverno, per esempio.

Ma a contare molto è anche la qualità degli edifici:

«Non è il sisma in sé a fare i danni, ma la vulnerabilità dell’ambiente costruito dall’uomo» spiega il sismologo Massimo Cocco dell’INGV. Il problema, almeno in parte, sta proprio nell’identità dell’Appennino. Una terra che conserva una natura straordinaria, che è stata al centro per millenni della storia, e che oggi è diventata marginale. In Alto Adige e in Trentino si tutelano le montagne e il paesaggio, e si aiutano i montanari a restare con servizi efficienti, buone strade, bus e treni frequenti e puntuali. Tra Accumoli, Arquata del Tronto e Amatrice si incontrano due dei parchi nazionali più importanti d’Italia (Gran Sasso-Laga e Sibillini), arrivano appassionati di natura ed escursionisti da tutta Europa. I borghi e le frazioni però restano vuoti per undici mesi ogni anno, e per mettere a norma una casa di vacanza non si spendono soldi volentieri. «L’Italia è un paese di montagna che crede di essere un paese di mare» ha detto anni fa Marco Paolini, scrittore, attore e drammaturgo di Belluno, per spiegare la tragedia del Vajont. La stessa miopia, applicata al Lazio, all’Abruzzo o alle Marche, spiega perché la fabbrica dei terremoti continui a fare un numero così alto di vittime».

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