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Terremoto: zone più a rischio segnalate dai satelliti

ROMA – Dai satelliti possono arrivare informazioni preziose non solo per studiare la deformazione del suolo provocata da un terremoto, ma soprattutto per capire come il rilascio di energia da parte della faglia che si è rotta può influire sulle faglie vicine. “Non è possibile in alcun modo dire quanto tempo ci vorrà prima che si verifichi un futuro terremoto”, ha rilevato il sismologo Stefano Salvi, dell’Istituto nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Disastro cavalcavia, perché è crollato:  “L’allarme quattro ore prima e poi…”).

“E’ comunque un’informazione utile – ha aggiunto – per pianificare gli interventi di messa in sicurezza degli edifici nelle zone considerate più a rischio”. I dati attesi dai sismologi sono quelli dei satelliti Cosmo SkyMed, dell’Agenzia Spaziale Italiana (Asi), quelli dei Sentinel 1 dell’Agenzia Spaziale Europea (Esa) e il satellite giapponese Alos 2 (Advanced Land Observing Satellite-2). Sono tutti satelliti radar, ossia riescono a catturare immagini in qualsiasi condizione meteorologica, quindi anche attraverso le nuvole, e di notte.

Le prime sono già arrivate, ma non sono sufficientemente chiare per calcolare in modo affidabile i valori dello spostamento del suolo. Per ognuno dei satelliti vengono utilizzate due immagini radar, rilevate prima e dopo il terremoto; quindi si misura la distanza del satellite dalla superficie prima e dopo l’evento e i valori rilevati vengono analizzati utilizzando modelli matematici.

“Questo – ha detto ancora Salvi – permette di ricostruire la geometria della faglia, ossia di capire se si inclina a Est o a Ovest e di quanto, e dove si trova esattamente”. I modelli elaborati con l’aiuto delle immagini dei satelliti aiutano anche a ricostruire lo spostamento dei due lembi di crosta terrestre lungo la rottura del piano di faglia. Queste informazioni vengono poi elaborate all’interno di altri modelli per comprendere quando dello sforzo tettonico rilasciato dalla faglia principale si accumuli nelle faglie adiacenti. Ogni terremoto rilascia infatti l’energia accumulata nel corso di anni e parte di questa va a caricare gradualmente le faglie più vicine, aggiungendo uno sforzo ulteriore a quello che hanno già accumulato. Questo processo, chiamato “trasferimento di sforzo” è alla base di possibili rotture di altre faglie, ma “non è possibile in alcun modo – ha concluso Salvi – stabilire quanto tempo ci vorrà: se un anno, un mese o cento anni”.

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