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One Planet, One Future: Anne de Carbuccia fotografa il mondo che si consuma FOTO-VIDEO

One Planet, One Future: Anne de Corbuccia fotografa il mondo che si consuma FOTO-VIDEO

One Planet, One Future: Anne de Corbuccia fotografa il mondo che si consuma

MILANO – “One Planet, One Future”: un pianeta, un futuro. Questo il titolo dell’ultimo progetto della “environmental artist” franco-statunitense Anne de Carbuccia. Un progetto fatto di fotografie, installazioni e video che raccontano quel che l’artista-ambientalista ha potuto vedere in tre anni di viaggi per il mondo: un pianeta che si sta consumando da solo, apparentemente inconsapevole di non avere risorse illimitate.

Il ritratto di questa nostra Terra fatta da Anne vale più di tante conferenze o dati: le bottiglie di plastica che galleggiano in mare alle Maldive, i rifiuti lasciati dagli alpinisti che scalano l’Everest, i roghi di immondizia nella italianissima Terra dei Fuochi, la cappa di smog nel cielo di Shanghai, le tante specie animali che stanno per scomparire (dal pangolino del Vietnam al rinoceronte bianco del Kenya), i residuati bellici di decenni fa che ancora oggi si possono vedere nella vecchia Indocina.

Le fotografie di Anne sono come una testimonianza di quel che sta accadendo, ma non in modo indipendente da noi, tutt’altro: sono il ritratto di quello che la specie umana sta facendo al proprio habitat.

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Un teschio e una clessidra accompagnano tutte le immagini dell’artista, riconducendole al genere della Vanitas seicentesca. Ricordano la caducità della vita (non solo umana), ma non in senso negativo. Il tempo fugge, ma ancora c’è, e finché c’è è possibile cambiare le cose. Il pianeta in cui viviamo è uno solo, condiviso da tutti noi, e, come in un condominio, ognuno deve fare la propria parte.

Un tema che riguarda anche la politica, come si può vedere nelle fotografie che ritraggono le proteste contro il Dakota Access Pipeline, parte di un gigantesco oleodotto con cui si vorrebbe trasportare il greggio dal North Dakota alle raffinerie e ai porti del Golfo del Messico, attraversando i territori sacri delle già martoriate tribù di indiani americani. O come nelle fotografie che ritraggono i resti di barche distrutte a Lampedusa, a ricordo delle tante persone morte mentre cercavano di attraversare il Mediterraneo. E il clima c’entra anche qui, in temi che sembrerebbero più prettamente politici: secondo alcune stime, nel 2050 potrebbero essere 700 milioni i rifugiati climatici in fuga da condizioni avverse, che rendono difficile se non impossibile la vita.

Ma un modo per prevenire o quanto meno arginare tutto questo, sembrano dire le foto di Anne, c’è: è agire per difendere l’unico pianeta che abbiamo. In caso contrario, nessun muro o filo spinato potrà fermare il flusso di milioni di uomini, donne e bambini in fuga per la sopravvivenza. E nessuna tecnologia potrà riportare in vita specie animali ormai estinte. I nostri bambini potranno giocare con videogiochi di ultima generazione, ma forse non sapranno come è fatta una giraffa. E se senza una giraffa si può sopravvivere, sarà invece più difficile sopravvivere il giorno in cui avremo inquinato tutta l’aria e l’acqua che abbiamo ancora a disposizione.

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