Articolo del giorno

“Vietato ai cani e agli italiani” (quando fui migrante anche io), Mimmo Candito

"Vietato ai cani e agli italiani" (quando fui migrante anche io), Mimmo Candito

“Vietato ai cani e agli italiani”

ROMA – Blitzquotidiano vi propone come articolo del giorno “Vietato ai cani e agli italiani” (quando fui migrante anche io)” di Mimmo Candito su La Stampa.

Ho letto della dichiarazione di Gianni Morandi che, di fronte a certe reazioni negative, infastidite, sugli sbarchi di migliaia di profughi, ricordava che anche noi italiani siamo stati emigranti, e subito la Rete era stata intasata di violenti attacchi contro il cantante.

Ho lasciato passare qualche giorno, per rispetto all’impegno di Morandi. Ora voglio portare un mio contributo di memoria, che credo possa comunque dare un qualche appoggio, da lontano, a quanto egli ci ricordava.
Sono stato un migrante anche io. In realtà, a quel tempo – era la prima metà degli anni Sessanta – più modestamente si diceva “emigrante”, con la “e”, e quello sono stato anche io.

Vivevo a Reggio Calabria (aveva appena terminato il liceo, iniziavo l’Università, prima di “emigrare” a Genova), e in quegli anni dai piccoli paesi della mia terra c’era molta gente che partiva per la Germania, a cercare lavoro e fortuna. Erano gli “emigranti”, contadini e manovali che tentavano di sfuggire dalla miseria di campagne senza speranza, con la valigia di cartone e la coppola in testa.
Allora, pur da ragazzo, mi interessavo molto di sociologia (cosa misteriosa, in quei primi anni Sessanta, appena agli inizi nella elaborazione della nostra cultura), e leggevo tutti i libri di sociologia americana che la piccola, preziosa, biblioteca dell’Usis presso la Camera di commercio teneva nei suoi scaffali, Riesman, Mills, Packard. Volli fare, dunque, una esperienza diretta, sul campo, trasformandomi in emigrante.

Chiesi alla mamma (papà era morto, noi eravamo una famiglia modesta, ma non povera) di aiutarmi a fare l’emigrante, quello che tanti ragazzi e tanti uomini di famiglie che noi conoscevamo erano davvero, e non “facevano”. Sapevo bene che vi era una differenza di fondo, tra quei poveracci che partivano da disperati e me che, invece, “fingevo” di essere un disperato ma partivo, diciamo, per studio. E però assumevo il valore di quella differenza, e tentavo di controllarla per rendere più autentica la mia esperienza. Sapevo anche di avere strumenti culturali più articolati di tanti che partivano nel viaggio della speranza, ma mi riproponevo di non farmene condizionare: quello che mi interessava era apprendere direttamente delle difficoltà di vita in un ambiente completamente diverso, delle reazioni che queste difficoltà imponevano, e di come gli emigranti italiani subissero – o gestissero – queste reazioni.

Mi informai alla biglietteria della stazione Centrale, e mi feci dare dalla mamma 34.000 lire, che erano, giuste giuste, il prezzo di un biglietto di andata e ritorno in Terza classe per Duesseldorf, importante città industriale della Germania Occidentale. Se fosse stato necessario, non si sa mai, avevo il mezzo per poter comunque rientrare; e però partivo come un vero “emigrante”, con i soldi contati e una povera valigia: vi stipai un paio di maglioni, calze e mutande, qualche pezzo di pane biscottato, due vasetti di marmellata e (soltanto questo, immagino, differente dagli emigranti “veri”) una grammatica italiano-tedesco, che si usava nelle lezioni di tedesco che a quel tempo si potevano ascoltare alla radio, nel pomeriggio alle due, con i corsi anche di francese e di inglese. Ma di tedesco non sapevo davvero nulla, solo un po’ di francese appreso a scuola e un pizzico di inglese studiato per mio conto con un giovanotto inglese che faceva l’insegnante a Reggio.

Arrivai a Duesseldorf distrutto dal lungo viaggio, stranito, incerto. Però, in testa al binario dove ero sbarcato vidi, sorpreso, interessato, alcune parole in varie lingue, e perfino (incredibile! che fortuna!) in italiano: il cartello diceva “Benvenuti, lavoratori. Se avete bisogno, possiamo aiutarvi”. Era la Kolping Haus, un’organizzazione caritatevole evangelica, che dava assistenza alle migliaia di italiani che arrivavano a cercare lavoro.
Mi aiutarono, mi ospitarono in una soffitta, dove dormivamo in 24 emigranti di ogni paese, mi fecero il credito di un Marco al giorno, e mi insegnarono come fare i documenti per essere assunti in fabbrica. Trovai lavoro come manovale in un’acciaieria, mi alzavo alle 5 del mattino e ci tornavo al tardo pomeriggio. Pulivo le macchine, pulivo i capannoni, facevo i lavori d’ogni manovale, a poca distanza dai fuochi dell’altoforno.

Non c’erano italiani, nel mio capannone, soltanto tedeschi, quasi tutti tedeschi, con un portoghese e un colombiano. Quando avevo un attimo di pausa, mi nascondevo dietro un tavolone di ferro e leggevo qualche pagina della grammatica; poi chiedevo ai lavoratori tedeschi di verificare il mio apprendimento del vocabolario tedesco: il naso, la mano, il vestito, mangiare, lavorare, parlare… Mi seguivano incuriositi, ma mi trattavano anche con qualche disprezzo, e dicevano parole che io non capivo e però li facevano ridere di me.

Un giorno, uno dei capiofficina mi sorprese con il mio libro: mi rimproverò aspramente, a lungo, con parole che non conoscevo ma il cui tono era assai chiaro; e mi portò in direzione, tenendomi per il braccio. I direttori mi interrogarono, duri, seri, sfogliando con curiosità quel libro della Eri che il capoofficina gli aveva consegnato; io cercai di spiegare quello che potevo, con il mio poco inglese che riuscivo a manovrare, e quei tre – serissimi, l’abito scuro, il disprezzo stampato in faccia – mi ascoltavano in silenzio. Credo dicessero parole assai dure sugli “Italianen”, ma poco alla volta – appreso che ero un giovanotto che stava per andare all’università, e a quel tempo erano davvero pochissimi coloro che potevano fare lo studente – mi perdonarono: non mi licenziarono, ma mi imposero di non portare più in fabbrica quel mio libro . (Tra parentesi, erano tali le condizioni di lavoro nel capannone che, ogni volta che tornavo dalle macchine e dai torni a sfogliare il libro, le pagine che avevo lasciato aperte erano coperte da una sottile, diffusa, polvere di ferro.)

Non lo portai più, il mio libro di tedesco, e però mi facevo insegnare le parole dai miei compagni tedeschi. I quali, saputo chissà come, che non mi avevano licenziato perché ero (“addirittura”) uno studente universitario, cambiarono completamente il loro atteggiamento verso di me: mi sorridevano, cercavano di aiutarmi nel mio lavoro pesante, arrivavano a invitarmi a cena a casa loro, che sarebbe stato un onore. Uno studente universitario! Una figura sicuramente di prestigio, un “signore”! Per rabbia rifiutai, perché ero la stessa persona che fino a un giorno prima loro avevano trattato con disprezzo e ora volevo vendicarmi. Sbagliavo, ma non ce la feci.

Imparai poco alla volta a capire di più, a tradurre quella lingua impossibile, e a districarmi. Un sabato sera mi feci coraggio, decisi di uscire, di andare in un locale vicino dove i tedeschi mi avevano detto che si poteva ballare, che c’erano molte ragazze sole. E ammiccavano. Ci andai, impacciato, timido, curioso, ma interessato soprattutto alle ragazze. Entrai titubante, guardandomi intorno, cercando di capire la gente dentro quel fumo e quella musica sparata a volume alto, e di guardare quelle ragazze bionde che a me sembravano tutte bellissime, fantastiche, come a Reggio nemmeno avrei potuto sognare (…)

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