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Il Mattino assolto: non ci fu diffamazione del giudice Esposito (“Berlusconi condannato perché sapeva”)

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Il Mattino è stato assolto: non ci fu diffamazione nell’intervista al giudice Antonio Esposito “Berlusconi condannato perché sapeva” (agosto 2013). Esposito aveva querelato per diffamazione, chiedendo due milioni di euro di risarcimento, Antonio Manzo, autore dell’intervista e Alessandro Barbano, direttore del Mattino.

Ma quell’intervista, secondo la quarta sezione civile del Tribunale di Napoli presieduta da Pietro Lupi, riporta fedelmente il pensiero e le considerazioni espresse da Esposito nel colloquio durato 25 minuti, la cui registrazione è stata allegata come prova e pubblicata in parte dal quotidiano napoletano.

Perché Antonio Esposito ha querelato il Mattino? Per una domanda, inserita successivamente da Manzo prima di pubblicare l’articolo. Domanda che il giornalista non aveva mai fatto al giudice (“Non è questo il motivo per cui si è giunta alla condanna? E qual è allora?”) e che non era presente nella versione dell’intervista che il magistrato aveva visionato, dando l’ok alla pubblicazione.

Il giornalista del Mattino potrà anche aver tradito la fiducia di Esposito, ma – secondo il Tribunale di Napoli – non ha tradito il suo pensiero, quello di un giudice che incautamente aveva anticipato le motivazioni di una sentenza di condanna emessa appena 24 ore prima. Riporta Leandro del Gaudio sul Mattino:

In trentasei pagine, i giudici partenopei analizzano il caso nato dall’intervista resa all’indomani della condanna dell’ex premier, sintetizzata nel titolo di apertura del giornale con il virgolettato «Berlusconi condannato perché sapeva».

Dopo aver ascoltato il giornalista Manzo e analizzato il contenuto della registrazione del colloquio telefonico avuto con Esposito, i giudici del Tribunale di Napoli non hanno dubbi: il testo è vero, pienamente rispondente al contenuto del colloquio registrato da Manzo. Quindi: «L’operazione di cosiddetto editing effettuata nell’articolo può ritenersi sostanzialmente fedele al senso delle dichiarazioni del dottor Esposito che si appalesa dall’ascolto della registrazione».

«Pertanto, anche l’inserimento della domanda («Non è questo il motivo per cui si è giunta alla condanna? E qual è allora?») trova una giustificazione sul piano dell’editing e della resa giornalistica dell’intervista, perché fornisce al lettore un riferimento ad una risposta che, pur in assenza di un’espressa domanda, il dottor Esposito aveva incautamente fornito al giornalista».

Dunque, siamo nel pieno di una ricostruzione aderente al vero. Chiosano i giudici: «La forma espressiva utilizzata dal giornale può ritenersi ardita e spregiudicata, considerati anche i rapporti che vi erano tra il cronista e l’intervistato, ma è sostanzialmente corrispondente al contenuto dell’intervista, come si apprezza dall’ascolto della registrazione».

E c’è un punto che spinge i giudici ad approdare a questa convinzione. È la domanda con cui Manzo chiede un chiarimento rispetto al 43esimo motivo di appello (su 46) avanzato dai legali di Berlusconi sul principio del «non poteva non sapere». Come risponde il giudice alla sollecitazione del giornalista? Usa il verbo al futuro, anticipando nell’intervista il ragionamento da riversare in sentenza: «Noi non andremo a dire quello non poteva non sapere, no tu, noi possiamo, potremo dire, diremo nella motivazione eventualmente… tu eri, tu venivi portato a conoscenza di quello succedeva».

Chiaro? Inevitabile la domanda che si pongono i giudici di Napoli: come può il giudice lagnarsi del titolo del Mattino? Non sapeva che, dando quella risposta che ha inizio con «noi andremo a dire…» stava di fatto anticipando le motivazioni sulla condanna di Berlusconi? «Il dottor Esposito – insiste il Tribunale di Napoli – doveva necessariamente essere consapevole di ciò»; mentre poche righe più avanti, si ricorda che Esposito «tuttavia, non riesce a trattenersi ed in pochi secondi pronuncia quelle frasi che non possono che rivolgersi ai giudici che devono scrivere la motivazione del caso Mediaset».

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