Blitz quotidiano
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Anguria o cocomero? Come far impazzire un americano a Roma

ROMA – Anguria o cocomero? Come far impazzire un americano a Roma. Sulla rubrica “world news” del New York Times del 7 ottobre campeggia una fetta di succoso frutto rosso orlato di bianco-verde: quasi una immagine simbolica del tricolore, in realtà l’emblema di un dilemma che agli americani sembra irrisolvibile: si dice “anguria” come da vocabolario, “cocomero” come garantisce il fruttivendolo romano (ma allora va bene anche “fruttarolo”) alla cronista Usa, o “melone d’acqua” come da traduzione letterale dall’inglese e come capita di sentirlo chiamare al sud?

You say “anguria”. I say “cocomero”. Gaia Pianigiani, corrispondente di origini italiane del NYT, è tornata nella terra degli avi per mettere un po’ d’ordine dove però, deve ammettere, un ordine severo non c’è, almeno nella comunità dei parlanti. Che, se non sono  alla Camera dei deputati (e spesso nemmeno lì), più dell’italiano ufficiale appreso sui banchi di scuola (e dalla tv dagli anni ’50 in poi) preferiscono utilizzare il dialetto di riferimento.

Una scoperta del cocomero? No, non necessariamente. E’ giusto cogliere ogni occasione propizia per rammentare anche a noi stessi che, a dispetto della gloriosa tradizione storica che illustra il nostro passato, la costruzione dell’identità nazionale è un processo relativamente recente, che il tessuto con cui è messa insieme l’Italia è un patchwork di storie e lingue diverse. Che nel 1861, all’alba dell’Unità d’Italia, parlava l’italiano standard, e cioè il fiorentino, un cittadino su dieci.

Entro i poli opposti della molteplicità che arricchisce e della babele che disperde, la meravigliosa capacità di chiamare la stessa cosa con un fiorire inesauribile di parole e sfumature diverse. E se dovessimo finire per non comprenderci nemmeno fra connazionali? Niente paura, assicura Mr Ranuccci, proprietario di un banco al mercato di Campo de’ Fiori a Roma: “Ci basta gesticolare…”.