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Bignardi dress code? Non vuole burqa, ma la pulizia etnica

ROMA – Bignardi dress code? Non vuole burqa, ma la pulizia etnica. Una gonna allungata o un tacco ridotto fanno più notizia del taglio di una trasmissione, dell’eliminazione di un conduttore non allineato. Viene da dar ragione al direttore di Rai 3 Daria Bignardi che si mostra più sorpresa che amareggiata per l’infuriare delle polemiche sulla sua proposta di cosiddetto dress code, il codice interno per rendere più sobria l’offerta di Rai 3.

Sembra una questione di stile, assomiglia a una foglia di fico, per restare agli indumenti succinti: la missione di Bignardi non è istruire a dovere trucco & parrucco per evitare “cofane in testa e cravattoni”, ma procedere con metodo al graduale ridimensionamento dei “comunisti” superstiti nell’ex fortezza di Rai 3.

Cioè è vero che, come si legge con insistenza, Bignardi sarebbe pronta a cancellare, ridimensionare o ad accorciare la durata di marchi storici della rete come Ballarò, Presadiretta e Report. Lei nega inorridita (“Ma vi pare che chiuderei i programmi più apprezzati di RaiTre? Maddai!”), anzi rilancia con la favola – quante volte l’abbiamo sentita – della politica fuori dalla Rai.

“Non è più l’epoca delle lottizzazioni, dei politici che mandano pizzini con le raccomandazioni ai direttori. Non parleremo solo a una parte del paese, parleremo a tutti, senza partigianeria, con pluralismo, raccontando il Paese e senza farci influenzare. Giannini? Quando sarà il momento giusto parleremo di Ballarò e del suo brand, ci sto lavorando in queste settimane, ma la prima persona che saprà cosa diventerà Ballarò sarà Massimo Giannini e non un giornale”. Nell’epoca della fine delle lottizzazioni, non sarà un pizzino ad avvertire Giannini che è stato fatto fuori, ci penserà Bignardi in prima persona. Con un sms?

Il dress code nel frattempo è riuscito a nascondere anche un altro dettaglio non trascurabile se si ragiona sull’impegno a fare una Rai più forte, il che dovrebbe essere più forte del suo concorrente unico Mediaset. Michele Anzaldi, membro della commissione parlamentare di vigilanza Rai, che quella del dress code non se l’è certo bevuta, non esista a dichiarare il suo sconforto per le parole di Bignardi rilasciate al Foglio, sconforto che origina dai piani editoriali della rete, non dalla misura di un orlo.

Quello che viene fuori è un progetto che taglia l’informazione con la trasformazione di Ballarò in non si sa bene cosa, non dice una parola su approfondimenti e inchieste o su come far recuperare ascolti al Tg3 dopo il calo degli ultimi anni, prevede un nuovo programma che andrà in sovrapposizione con un vero patrimonio per tutta la Rai quale è il Tg1.

Mi sembrerebbe una scelta – spiega Anzaldi – veramente “tafazziana” dell’azienda. La corazzata dell’informazione di Raiuno, il notiziario che ha tenuto meglio rispetto al calo di telespettatori delle tv generaliste addirittura crescendo, avrà un concorrente in più, oltre a Tg5 e Tg La7, proprio dentro casa. I telespettatori potranno scegliere se informarsi, alla stessa ora, su quattro reti generaliste diverse, delle quali due appartenenti allo stesso gruppo.

“Rompere il silenzio – continua l’esponente dem – per parlare di tacchi e del trucco non è sembrato il massimo. Oggi almeno si parla di contenuti. A preoccupare, però, più che le battute sul dress code, mi sembrano le parole sull’informazione. Intanto aspettiamo che il direttore Bignardi venga a parlarne in Vigilanza, ad illustrare i suoi piani alla commissione, per poter valutare in maniera più completa. Certo, ripensandoci, forse era meglio parlare solo di tacchi e trucchi”.