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Corriere della Sera, Sandro Mayer direttore? Quando Cairo…

ROMA – Corriere della Sera, sarà Sandro Mayer  il nuovo direttore, se Urbano Cairo diventerà il padrone del giornale di Milano, co-primo in Italia? Non sarà così facile, per due principali ragioni:

1. Mayer non rientra nel cliché; ha più di 70 anni, e questo viola i criteri giovanilistici imperanti nel mondo, spesso non senza ragione, ma ci sono sempre eccezioni a confermare la regola. Mayer inoltre non ha esperienza di quotidiani e per Cairo presidia due riviste, Dipiù e Dipiù Tv, che assieme vendono in edicola 780 mila copie ogni settimana.

2. Anche se Cairo avrà il controllo della Rcs, editrice del Corriere, con più del 50% delle azioni, appare difficile che possa fare di testa sua nella nomina del direttore del giornale, processo in cui negli ultimi 30 anni fa dominato il regolamento del condominio.

Ma,

3. se Cairo vorrà fare qualcosa non solo come tagliatore di costi, attività che è più facile da chiedere che da mettere in pratica e che soprattutto può fare sopravvivere ma non porta lontano, dovrà incidere sulla formula in base alla quale il Corriere è realizzato, notte dopo notte, giorno dopo giorno, da centinaia di giornalisti.  È la formula che deve essere cambiata, prima ancora del direttore, come dimostrano i trend di vendita dei giornali italiani.

Ecco che l’idea di Mayer è più di una provocazione, è indice di una necessità inevitabile, cambiare registro.

Ma se la formula va cambiata, fondamentale è il direttore che la pensi e la realizzi. Un giornale non è un prodotto come gli altri, che si mettono a punto una volta, fra laboratori e sale da disegno, progettisti di impianti e ingegneria di prodotto, e poi via, finché il mercato li chiede.

Il giornale è progettato due volte: nella formula iniziale che è lo schema madre e poi ogni giorno e ogni notte nella scelta degli argomenti, degli articoli, dei titoli. Anche l’esecuzione di un pezzo di sinfonia è un’opera collettiva, in cui il direttore certo conta e il risultato può variare da Toscanini a me in modo rilevante. Ma lo spartito è quello, Toscanini leggeva quelle note meglio di tutti, ma non poteva confondere Mozart con Verdi. Ogni numero di giornale o settimanale invece può essere diverso dagli altri e le scelte del direttore sono decisive.

Il discorso non vale solo per il Corriere della Sera, ovviamente, ma è il Corriere il giornale dove sta per verificarsi un cambiamento radicale, con l’unico editore in Italia che abbia battuto la crisi, scommettendo con coraggio su un prezzo coerente con le disponibilità dei lettori, scansando internet con maniacale rigore, puntando sul direttore di settimanali più bravo, che ha fatto la differenza.

Certo non è scontato che un direttore di settimanali faccia bene anche con un quotidiano. Finora c’è riuscito solo Eugenio Scalfari, probabilmente unico al mondo, dirigendo con maestria (anche se non con successo diffusionale) l’Espresso e poi dando vita a Repubblica, che ha resistito 20 anni dopo la sua uscita. Si è fatto onore Giovanni Valentini, ma oltre all’Espresso ha diretto solo quotidiani locali. Mayer ha uno splendido curriculum nei settimanali, con una macchina complessa, quasi infernale come il Corriere, sarebbe una grande incognita, su cui però varrebbe la pena di puntare, visto che l’alternativa è la morte dei giornali.

Mayer ha dalla sua i numeri. Anche il mercato dei periodici in Italia è entrato in crisi, ma non tutti i periodici, come non tutti i quotidiani, hanno reagito nello stesso modo al doppio attacco di recessione e internet.

Ecco un quadro di diretti concorrenti:

Dipiù nel febbraio 2009 vendeva 727 mila copie, scese nel febbraio 2016 a 468 mila, un calo del 35%.

Nello stesso periodo il Corriere è sceso del 46 per cento.

Nello stesso periodo, si deve anche dire, Cairo ha tenuto il pezzo in edicola di Dipiù fermo a 1 euro, il Corriere lo ha portato a 1 euro e mezzo. Se vi è capitato di guardare il Corriere della Sera del 17 aprile 2016, domenica, penso vi sarete chiesti perché uno debba spendere quella cifra per comprare un giornale con ben poche notizie, una apoteosi sul Papa e i migranti musulmani che va in senso contrario a quanto sentono i lettori, tanti polpettoni di dubbio interesse. Senza spendere un centesimo c’è un sito che non è bello come quello di Repubblica ma pieno di notizie, molto attento ai problemi di Milano e della Lombardia. Volevano farlo pagare hanno dovuto fare fulminea retromarcia.

 

Le prospettive che Cairo diventi padrone del Corriere della Sera si fanno intanto sempre più concrete.

La polemica infuria, John Elkann, presidente di Fca e di Exor, è negativo, ma intanto si prepara a uscire da Rcs per concentrarsi su Repubblica, di cui è destinato a diventare padrone. Banca Intesa, principale creditore di Rcs oltre che azionista di peso, e Mediobanca, altro azionista di peso e di sistema, sembrano favorevoli.

Nessuno si è fatto avanti con proposte alternative a Cairo. Nessuno degli altri soci (Cairo ha poco più del 4%) sembra avere intenzione di metterci soldi. Cairo ne ha e non ce li mette, ma li scambia con il controllo assoluto di una azienda con un potenziale di profitti, oltre che di potere, molto alto. Nessuno sembra preoccuparsi che il giornale chiave della regione chiave diventi proprietà di un solo editore.

La posizione del Consiglio di Amministrazione di Rcs, forse stremato dalla procedura di vendita della Rizzoli Libri alla Mondadori, cioè a Berlusconi, e dalla esigenza di ridurre il quasi mezzo miliardo di debiti, pari a metà del fatturato, è negativa ma fino a un certo punto. Cairo, sostengono i consiglieri, offre troppo poco. Cairo non offre denaro ma azioni della sua azienda, la Cairo Communication: obiettivamente i valori sono un po’ troppo spinti a suo favore.

Molti pensano che migliorando un po’ il rapporto fra le azioni che offre e quelle che chiede, magari indorando l’offerta con un po’ di contante, Urbano Cairo ce la farà.

A quel punto la scelta fondamentale sarà quella del tipo di Corriere che vorranno e chi lo farà. Il tradizionale gioco danubiano non sembra porterà distante.