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Di Battista aizza gli ambulanti che promettono: giornalisti, De Benedetti e Caltagirone; “Servi, bastardi, li ammazziamo”. E li ascolta beato

Di Battista aizza gli ambulanti che promettono: giornalisti, De Benedetti e Caltagirone; “Servi, bastardi, li ammazziamo”. E li ascolta beato

Di Battista aizza gli ambulanti che promettono: giornalisti, De Benedetti e Caltagirone; “Servi, bastardi, li ammazziamo”. E li ascolta beato

ROMA – Di Battista arringa gli ambulanti contro i giornalisti, De Benedetti e Caltagirone. E loro: “Servi, bastardi, li ammazziamo”. Guardatelo qua, sembra un filmaccio comico, invece c’è da avere paura. Ecco un esempio di come si sta imbarbarendo la politica in Italia sempre più  5 stelle. Stiamo tornando agli anni di piombo. Se la via giudiziaria alla politica è un modo per uccidere la democrazia. incitare alla violenza o accettarla senza puntare i piedi, senza ribellarsi è un passo avanti verso il nuovo nazismo.

Per questo, ha fatto bene Matteo Renzi, per una volta d’accordo anche con il suo nemico più caro Bersani, a spegnere gli entusiasmi piddini sulle disgrazie altrui e invitare al rispetto per il sindaco Raggi raggiunta da avviso di garanzia. Il senso è chiaro, evitare scorciatoie giudiziarie, anche perché, come spiega Bersani, una volta tocca a te domani a me: “Per un sindaco essere indagato per questo tipo di reati è come per un camionista avere un incidente”. La via maestra, ergo, resta quella di sconfiggere Raggi o chi per lei alle elezioni.

Vale lo stesso discorso per l’istrionico concittadino 5 Stelle Alessandro Di Battista, sorpreso ad arringare una folla di ambulanti contro il potere marcio dei media, rincuorato dalla stessa folla al grido “li ammazziamo noi i giornalisti servi”? Incitamento all’odio, a delinquere (lo pensa la Federazione della Stampa), a spaccare tutto? Può essere, anzi le forme sono quelle che storicamente separano l’appello agli elettori dal richiamo della foresta che seduce le plebaglie.

Spendiamo qualche parolone: anche contro Di Battista è necessario vincere sul piano culturale, prima che politico. Vasto programma, sospirerebbe De Gaulle, ma da qui non si scappa. E non dovrebbe essere così difficile, almeno con uno che si presenta in posizione oscillante tra uno Che Guevara pluriripetente e un Masaniello 2.0. Per uno, per citare il suo ultimo libro, che desidera una “spremuta di umanità”: libro che il critico letterario del Domenicale, Claudio Giunta, definisce un palinsesto di “retorica italian a strati”, collezione di luoghi comuni a grappoli, frasi fatte che nemmeno gli hippies più tenaci, tipo “viaggiare è uscire da noi stessi…”. Un contributo fondamentale per gli storici della bêtise (stupidità suona meglio?).

La criminalizzazione – volto codino della demonizzazione – non paga (e la sinistra delle 10 domande a Berlusconi dovrebbe chiedersi come ha fatto a trasformarlo in un padre della patria…). Qui ovviamente si contestano le idee di Di Battista non la forma, nemmeno quelle sparate contro gli editori impuri alla De Benedetti & Caltagirone: nessuno può negare gli interessi di parte, i legami con la “bancocrazia”, i debiti bruciati (De Benedetti, non Caltagirone) che hanno contribuito alla capitolazione di Mps… Vai poi a spiegare a Di Battista che però è la pluralità di voci, il concerto anche dissonante,  a garantire la democrazia, non un fantomatico tasso di purezza… Fatica sprecata, non c’è peggiore sordo di chi non ci sente veramente. Il compito, a volte improbo, è persuadere chi rischia di abboccare.

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