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Giornalisti: “Bocca chiusa”, lo stratega di Trump parla come Di Battista e Grillo

Giornalisti: "Bocca chiusa", lo stratega di Trump parla come Di Battista e Grillo

Giornalisti: “Bocca chiusa”, lo stratega di Trump parla come Di Battista e Grillo (foto Ansa)

ROMA – I giornalisti “devono sentirsi imbarazzati e umiliati e tenere la bocca chiusa e per un po’ stare a ascoltare”. Non è Beppe Grillo che parla, e nemmeno il suo palafreniere Alessandro Di Battista, ma Stephen Bannon, Donald Trump’s chief political strategist. Le parole di Bannon sono state pubblicate in prima pagina dal New York Times, dallo stesso Bannon attaccato in questi termini: “Il New York Times, dovrebbe assolutamente vergognarsi e umiliarsi. Hanno sbagliato al 100 per cento”, a proposito ovviamente del nuovo presidente americano Donald Trump.

L’attacco di Bannon era a più ampio raggio contro i mass media americani in genere. “I media dovrebbero essere imbarazzati e umiliati, tenere la bocca chiusa e per un bel po’ solo ascoltare. Voglio che riportiate le mie parole. Qui i media sono il partito d’opposizione. Non capiscono questo Paese. Continuano a non comprendere il motivo per cui Donald Trump sia il presidente degli Stati Uniti. Steve Bannon che ha lavorato per la Goldman Sachs e produttore di Hollywood è diventato un punto di riferimento soprattutto per l'”alt-right”. Alt-right sta per alternative right, destra alternativa. Secondo Wikipedia, si tratta di un “gruppo di persone con ideologie di estrema destra che rifiutano il tradizionale conservatorismo negli Stati Uniti.

Richard Spencer, nazionalista bianco, nel 2010 ha coniato il termine per definire un movimento centrato sul nazionalismo bianco”, un modo per riciclare “il razzismo, la supremazia bianca e il neo-nazismo. I principi dell’alt-right sono stati descritti come supremazia della razza bianca, ma spesso si sovrappongono con l’antisemitismo e il neonazismo, l’islamofobia, l’antifemminismo e l’omofobia, il nazionalismo bianco, il populismo di destra e il movimento neoreazionario. Il nazionalismo bianco ha dato la base ideologica alla campagna elettorale di Donald Trump. Steve Bannon si diverte a interpretare il ruolo di provocatore e lanciatore di “bombe”.

Nel novembre 2013, si è descritto come “leninista”, dicendo:””Lenin voleva distruggere lo Stato ed è anche il mio obiettivo. Voglio fare in modo che crolli tutto e distruggere l’attuale establishment”. Per questo forse, perché è un buon leninista, pensa che i giornali come il Times e il Washington Post non siano altro che il braccio ideologico di cosmopoliti altamente qualificati, liberali, che hanno beneficiato della globalizzazione e della massiccia immigrazione. “Non sono un nazionalista bianco”, ha detto Bannon, poco dopo l’elezione. “Sono un nazionalista economico. I globalisti hanno sventrato la classe operaia americana e creato un ceto medio in Asia”.

La lettura di Bannon degli ultimi trent’anni di storia economica americana non era del tutto fuori strada e non lo era nemmeno l’affermazione che alcuni media hanno sottovalutato, e ancora sottovalutano, il fascino di Trump. Per molti critici di Trump, nella sua prima settimana alla Casa Bianca, ha ampiamente dimostrato il motivo per cui non è adatto alla carica. Ma molti dei suoi sostenitori, lo vedono come un Presidente forte che sta portando avanti la sua campagna in cui si è impegnato a costruire un muro, proteggere i posti di lavoro americani e mettere al primo posto l’America.

Sfruttando la potenza di Internet, e Trump su Twitter ha 22,5 milioni di followers, Bannon ha reso la demonizzazione della stampa, la parte centrale della sua strategia politica. Nel corso della campagna elettorale, gli attacchi di Trump sui “media disonesti” hanno infiammato la sua base e tenuto banco sui notiziari. Ora, a giudicare dalle osservazioni di Bannon, l’obiettivo è quello di ritrarre i media come avversario politico e non come controllore indipendente, così che quando vengono pubblicate storie dannose l’Amministrazione le possa respingere.

“Gran parte dei media, non tutti, è molto, molto disonesta”, ha detto Trump a Sean Hannity, di Fox News. “Onestamente, sono notizie false. False. S’inventano le cose”. Per molti, Trump è una minaccia. E Bannon è suo ansioso complice. Nemmeno Richard Nixon ha raggiunto il livello di accuse che Trump invece lancia quotidianamente. E non ci sono precedenti di un alto funzionario della Casa Bianca che dica alla stampa di “tenere la bocca chiusa”. La fiducia dell’opinione pubblica nei confronti della stampa è scesa a un minimo storico, molti tribunali di grado inferiore si dimostrano meno favorevoli ai giornalisti e la Corte Suprema non prende casi importanti sulla stampa da più di dieci anni.

Una buona ragione per non disperare è Trump stesso. Nella prima settimana da presidente è stato colui che più ha minato la sua credibilità e autorità. Forse i suoi deliri non causano molti danni tra i suoi principali sostenitori che tendono comunque a tifare per tutto ciò che dice. Ma rimane l’impetuoso e nervoso atteggiamento dei repubblicani a Capitol Hill, alcuni dei sostenitori del business di Trump, e le continue indiscrezioni ai giornalisti, alcune delle quali da parte del suo staff.

Brian Beutler, de The New Republic, ha sottolineato che, negli ultimi giorni, il Times, il Washington Post e Politico hanno pubblicato storie “provenienti dalla Casa Bianca in cui Trump viene descritto come un fiocco di neve fragile, imprevedibile, ossessionato dalla televisione”. Il delicato ego e l’impulsività, non sono gli unici punti vulnerabili del Presidente Trump. Con il rifiuto di cedere le sue imprese, ha acceso il sospetto che intenda arricchire se stesso e la famiglia. Ingraziarsi Vladimir Putin, ha dato luogo a congetture, ossia che i russi su lui abbiano una sorta di controllo.

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