Blitz quotidiano
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Giudici e soldi pubblici: dire come li spendono? Mai, è…

ROMA –  I giudici sono un organo dello Stato pari al Presidente della Repubblica e al Parlamento oppure, come gli altri comuni mortali, devono render conto di come spendono i soldi del cittadini? In realtà, trattandosi delle nostre sudate tasse, nemmeno il Presidente della Repubblica né, ancor meno, Deputati e Senatori, dovrebbero essere esentati dal rendiconto, ma questo è un altro film.

Per ora accontentiamoci ci questo, che sta per andare in scena sugli schermi della Corte Costituzionale, chiamata a decidere su quello che Giuseppe Salvaggiulo della Stampa ha definito “uno scontro senza precedenti fra Corte dei Conti e Consiglio Superiore della Magistratura, cioè fra i giudici amministrativi che inseguono sprechi e ruberie di denaro pubblico e giudici della giustizia ordinaria, quelli che decidono delle nostre cause giudiziarie e della nostra libertà.

Il nodo di fondo è: autonomia e indipendenza della azione giudiziaria passano anche per l’assoluta autonomi nel maneggio del denaro pubblico?

Il “ricorso per conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato”, scrive Giuseppe Salvaggiulo,

“è stato depositato nei giorni scorsi e dunque sarà la Corte Costituzionale a scrivere la parola definitiva” sullo scontro. I giudici contabili esigono che l’organo di autogoverno della magistratura presenti il rendiconto dei soldi pubblici che maneggia, come qualsiasi funzionario statale deve fare. Il Csm non intende adempiere, perché si ritiene organo supremo dello Stato – al pari del Quirinale e del Parlamento. Dopo le prime schermaglie a colpi di delibere, i duellanti si rivolgono ora alla Corte Costituzionale. In gioco, al di là della specifica questione, c’è la definizione del ruolo della magistratura nel nostro sistema costituzionale: potere al pari di quello politico, con tutto quello che comporta, o subordinato come qualsiasi branca dell’amministrazione pubblica?”.

È dal 1997,  ricorda Salvaggiulo, che il Consiglio superiore della magistratura non presenta i suoi conti fino a quando, nel giugno 2015, la Corte dei Conti se ne accorge mentre «aggiorna l’anagrafe dei soggetti titolari di gestioni di denaro, beni o valori assoggettabili alla resa del relativo conto». La Corte chiede al Csm di comunicare «nominativi e funzioni» degli «agenti contabili». Il Csm risponde negativamente un mese dopo: nessun dovere di rendicontazione «in ragione della speciale collocazione costituzionale». Del resto, spiega il segretario generale del Csm, la regolarità contabile è assicurata «da elevate e specifiche professionalità» e da «controlli puntuali, seri e costanti».

Ma la  sezione giurisdizionale del Lazio della Corte dei Conti emette, nel febbraio 216,

“una sentenza ultimativa, che dà al Csm 120 giorni per presentare il rendiconto del cassiere, dell’economo e dell’amministratore dei beni”.

Il 4 marzo, inaugurando l’anno giudiziario, il presidente della sezione Lazio della Corte dei Conti “infierisce”, scrive Salvaggiulo,

definendo la renitenza dell’organo di autogoverno della magistratura «un peccato di superbia, che abbiamo ricondotto nei corretti canoni, (…) mosso dall’insofferenza istituzionale di essere sottoposto al controllo di un altro organo dello Stato di cui non riconosce, nella specifica materia, l’autorità».

Di fronte a parole così dure, al vicepresidente del Csm Giovanni Legnini non è rimasta che una strada. La più delicata e impegnativa da punto di vista istituzionale: il conflitto tra poteri davanti alla Corte Costituzionale, con un ricorso in cui lamenta da parte della Corte dei Conti

«una grave lesione dell’autonomia costituzionale della magistratura» frutto di «un’interpretazione impropria, illegittima e incostituzionale» delle norme. «Assoggettare il Csm all’obbligo di rendiconto contrasta con l’assetto costituzionale della divisione dei poteri».

“Tutto ruota attorno all’interpretazione della Costituzione, nella parte in cui definisce la magistratura «un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere». Il Csm rivendica il suo ruolo, che «rende immune la magistratura da ogni interferenza di qualsivoglia potere dello Stato» e pertanto impedisce di degradarlo «a un qualsiasi organo esecutivo della macchina statale» come la Corte dei conti fa con le sue pretese.

Nel 1981 la Corte Costituzionale aveva già sottratto Parlamento e Presidenza della Repubblica dagli obblighi di rendicontazione contabile. Ora il Csm chiede il medesimo status di «organo supremo» aggiornando l’applicazione del Regio Decreto del 1934 sul rendiconto degli uffici pubblici alla luce della successiva Carta costituzionale, che ha conferito indipendenza alla magistratura.

Ma la Corte dei conti obietta che il Csm non è affatto «un potere sovrano» al pari di Quirinale, Camera e Senato e rileva un «equivoco di fondo». Quando il Csm decide le carriere delle toghe, esercita funzioni di rilievo costituzionale e come tale va tutelato da ingerenze di altri poteri. Ma quando i suoi funzionari maneggiano denaro, si tratta di faccende amministrative uguali a quelle di ogni altro pubblico ufficio. Dunque non c’è motivo di derogare al «principio generale del nostro ordinamento, che prevede l’obbligo di chi gestisce denaro, valori o beni altrui di rendere il conto del proprio operato»”.