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Il gioco della lacrima sulla pelle dei profughi, indispensabili ma non liberi tutti

Il gioco della lacrima sulla pelle dei profughi, indispensabili senza liberi tutti
Il gioco della lacrima sulla pelle dei profughi, indispensabili senza liberi tutti

Il gioco della lacrima sulla pelle dei profughi, indispensabili senza liberi tutti

Sulla pelle dei profughi o migranti o clandestini come li volete chiamare si gioca una versione ventunesimo secolo di un gioco vecchio come il mondo. È un gioco che non ha nome, o ne ha tanti e talmente orribili che appare prudente non menzionarli, vista la tendenza alla violenza verbale. Alla fine pagheranno loro, come hanno sempre fatto i poveri e i reietti. Non tutti. Chi è arrivato prima, seguendo la pista giusta, dalla provenienza giusta, con le credenziali giuste, finirà per trovare o ha trovato un percorso soddisfacente.

Buonisti, cattivisti, scafisti: a questi nessuno presenterà il conto. Chi avrà preso un po’ di voti, chi intascato un po’ di soldi, chi avrà sinceramente sofferto.

La responsabilità maggiore del presente caos va a quanti hanno mandato segnali di disponibilità assoluta ai quattro angoli del mondo, mettendo in moto un flusso che stava diventando un assalto. Trattengo per me gli aggettivi, non voglio visite della Polizia postale. Nel gruppetto includo anche Angela Merkel, colpevole di avere trasformato in messaggio buonista un interesse oggettivo della sua Germania.

L’errore fatto in questi mesi e anni è stato quello della Merkel. Confondere spirito cristiano e interessi, realismo e utopia. Non ci può essere spirito cristiano in un ragionamento puramente economico. Ne possono venire limiti di comportamento. Ma è ora di finirla col miagolio del birignao che assorda.

Gli immigrati servono. Senza di loro l’ Italia si fermerebbe. Non c’è solo il rozzo ragionamento che porta a chiedere a  Salvini e ai suoi: ma a pulire i residui organici di mia suocera ci venite voi? Potete solo andare in chiesa a ringraziare i vostri dei che la quinta armata sbarcò in Sicilia invece che a Marsiglia, altrimenti al loro posto ci sareste voi e le vostre donne.

In Italia, come nel resto d’ Europa, gli indigeni, italiani in Italia, inglesi in Inghilterra ecc. non sono capaci né hanno voglia di fare lavori manuali che sono fondamentali anche nella nostra civiltà post moderna. Nella migliore delle ipotesi li vogliono fare a retribuzioni e produttività inferiori. La competizione su produttività e salario fra italiani e immigrati è alla base di molto del razzismo che tormenta la base ex proletaria della Lega e dei post fascisti.

Se non ci fossero romeni, siriani, ex yugoslavi, albanesi, indiani e via dicendo non si farebbero più case, non si macellerebbero più, secondo la religione del macellaio, vacche o maiali, si fermerebbero le fabbriche e i cantieri. Chi le fa le navi dei grandi cantieri di Genova? i genovesi? certo che no, sono i sudamericani.

Questo vale da noi come in tutta Europa. Un mio amico qualche anno fa, ha ristrutturato una casa a Londra. L’elettricista era siriano, il muratore croato, il frigo glielo ha venduto un ungherese. E gli inglesi? Incapaci. Quasi 50 anni fa ci abitai per un periodo. A dare il bianco venne un inglese, ex spazzino prepensionato. Non riuscivo a aprire una finestra, era incollata, era stata dipinta chiusa, ci volle uno scalpello. Prendete la Germania. Prima furono italiani e turchi, poi russi e altri est europei, ora il resto del mondo. I tedeschi occidentali, durante la guerra fredda, chiudevano al comunismo ma aprivano ai lavoratori russi. A Amburgo stampano giornali in russo, tanti sono quelli. Oggi preferiscono i siriani e i curdi, gente seria, di solito con buone basi formative, molti i cristiani. I loro giornali raccontano storie edificanti, di famiglie riunite in Germania all’insegna del successo. Sono, riporta lo Spiegel, più tedeschi dei tedeschi. A guardar la foto, velo femminile a parte, potrebbero essere italiani. I tedeschi non amano gli arabi (erano amati da Hitler ma per ragioni diverse e a casa loro) né in genere gli africani. Forse perché si notano troppo e hanno quel che di aggressivo.

Guardate bene le foto dei profughi che sbarcano in Italia. Le foto dei profughi svelano: non c’è paura, c’è rabbia nei loro occhi. Non hanno nulla di simile alle immagini di profughi cui siamo abituati da un secolo di guerre fotografate e filmate. Sono giovani, cazzuti, agguerriti, anche un po’ arroganti, non sono in fuga, sono i cammino, hanno pagato per quello che vogliono e lo vogliono. Non c’è nulla di umanitario nel loro viaggio. C’è la speranza di un futuro migliore. Quando arrivano qui quel futuro loro sentono di averlo già pagato in anticipo. Pare che i trafficanti di uomini che li trasportano fin quasi in Italia abbiano adattato il prziario alle maggiori difficoltà intervenute a opera di Minniti che ha mosso i libici. Non fanno pagare più tutto upfront, ora è previsto un saldo alla consegna.

Se chiamiamo le cose col loro nome corriamo meno rischi di sbagliare. Il nostro futuro sono loro. Le nostre economie sono condannate a crescere. Loro, gli immigrati, le manderanno avanti. Alla guida ci saranno sempre gli indigeni: a capo delle grandi aziende, in politica. E gli indigeni, gli italiani amalgamati in popolo in 2 mila anni di invasioni e inclusioni? La strada fu tracciata da Tony Blair quando era primo ministro in Gran Bretagna. Tanti lavori, non tanto pagati ma con poca fatica. Mentre Berlusconi blaterava di un milione di posti di lavoro, Blair li creava, i più inutili ancorché socialmente utili. Le tre classi della antica Grecia e della antica Roma. I nobili (categoria un po’ allargata per rinforzare i ranghi e il sangue); gli schiavi oggi senza catene e magari con lo ius soli; i cives con pane e circensi. I concensi si sono evoluti nei mille canali tv; il diritto al pane è un concetto rivisto e ampliato con casa, auto, telefonini, settimana bianca. Non è il sogno americano, si badi. È la plebe romana che alla tunica ha sostituito canottiera e bermuda.

Ma non si può chiamare per questo il liberi tutti con lacrimuccia incorporata. Ci sono miliardi, non milioni, di uomini che verrebbero qui da noi. Chi può stabilire priorità fra le loro emergenze? Possiamo farli venire tutti qui? Siate seri. Non ci può essere un criterio di buon cuore. Il Papa parla ma poi i barboni li lascia a dormire sotto il porticato di San Pietro, mica li ospita nei suoi appartamenti in Vaticano.

Ci vuole un minimo di gestione del flusso o per dirla più brutale, l’afflusso dei profughi deve essere controllato dallo Stato italiano. Lo Stato non può abdicare a favore né degli scafisti né delle Ong e nemmeno di buonisti e buoniste con la lacrima. Conosciamo il genere. Un po’ di parole ben dette, un po’ di frasi fatte pronunciate con convinzione e saccenza, un continuo ma così non si fa. Così hanno distrutto la scuola in Italia. Così hanno fatto danni irreparabili. Per fortuna non è mai troppo tardi.

 

 

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