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Iva, aumento obbligato: per il sociale, per il lavoro? No, per il fiscal compact, l’innominabile…

Iva, aumento obbligato: per il sociale, per il lavoro? No, per il fiscal compact, l'innominabile...

Iva, aumento obbligato: per il sociale, per il lavoro? No, per il fiscal compact, l’innominabile…

ROMA – Iva, aumento obbligato: per il sociale, per il lavoro? No, per il fiscal compact, l’innominabile… Secondo la narrazione renziana, solo un po’ addomesticata per non destabilizzare il suo più introverso successore Gentiloni, a marzo 2017 (cioè adesso) sarebbe dovuto arrivare il giorno della vendetta contro l’odiato “fiscal compact”. Il patto di bilancio cioè imposto dall’Europa che ci impicca all’austerity e obbliga nel medio periodo a una riduzione del debito monstre (132%) italiano al 60% del Pil.

Poco prima del referendum che l’avrebbe azzoppato, Renzi minacciava: “La politica dell’austerity è fallita. Nel 2017 il “fiscal compact”, le regole del pareggio di bilancio dovrebbero entrare nei trattati. Io sono nettamente contrario a questa ipotesi. Monti, Bersani e Brunetta ci hanno regalato il fiscal compact. Nel 2017 l’Italia dirà no al suo inserimento nei trattati”.

L’allora sottosegretario agli Affari Ue, Sandro Gozi, riconfermato con Gentiloni, poteva spiegare che il “Fiscal Compact prevede che a 5 anni della sua entrata in vigore, e quindi nel 2017, serva una valutazione su come ha funzionato. A partire da marzo vogliamo aprire un dibattito politico ampio”. Bene, le idi di marzo sono dietro l’angolo ma di Bruti e Cassii nemmeno l’ombra. E anzi, per correggere in manovra una bazzecola come 3,4 mld, lo 0,2% del Pil, Bruxelles agita lo spettro della procedura d’infrazione.

Di fiscal compact però non si sente più parlare. Sarà che il lungo e il medio periodo sono fuori dalla portata di media e social. Fatto sta che Gentiloni sarà costretto a sfidare il tabù renziano dell’aumento dell’Iva, ampiamente programmato dalle clausole di salvaguardia per il 2018, ennesimo capestro e simbolo della sfiducia cronica nelle capacità italiane di mantenere gli impegni.

Salirà probabilmente l’Iva agevolata, quella al 10%, di 3 punti percentuali. Ieri per recuperare risorse da destinare alla lotta alla povertà e all’istituzione di un simulacro di reddito di inserimento per pareggiare le suggestioni grilline di reddito di cittadinanza. Oggi per consentire la riduzione del cuneo fiscale e provare a mettere le ali alle attività produttive.

L’importante è non nominare mai il fiscal compact. Altrimenti bisognerebbe ammettere che il debito pubblico negli ultimi 5 anni di austerity non è diminuito. Dire che la spesa pubblica è diminuita solo alla voce “interessi” (e solo per la politica economica di Draghi che, peraltro, con l’inflazione in risalita, ha i giorni contati) e alla voce “investimenti”. Non alle voci trasferimenti e assistenzialismo. Che l’avanzo primario (cioè il saldo entrate/uscite al netto del debito pubblico) è sì cresciuto ma soprattutto grazie alla voce entrate erariali. Quindi: più tasse e meno investimenti, più spesa e meno tagli. La nostra idea di austerity.

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