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M5S: chi sarà la diga anti-Grillo? Berlusconi-Renzi, guerra tra “populisti buoni”

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M5S: chi sarà la diga anti-Grillo? Guerra tra Berlusconi e Renzi

ROMA – Il voto in Sicilia, una gara a due alla quale il centro sinistra con o senza trattino non è stato nemmeno in grado di partecipare, ha dimostrato non solo che Berlusconi è vivo e lotta insieme a noi, ma anche che è l’unico serio argine alla marea populista rappresentata dal Movimento 5 Stelle. In Sicilia più di Matteo Renzi, finora il solo in grado di battere Grillo e che però non è riuscito nell’impresa, forse disperata, di federare le mille anime di un centrosinistra balcanizzato.

L’editorialista Angelo Panebianco sul Corriere della Sera discute di questa rinascita berlusconiana alla luce del sistema politico italiano attuale, nuovo nelle circostanze e nei protagonisti, vecchio nella sua immutata capacità di essere una “specie di macchina adibita alla produzione continua di partiti antisistema”. Da cui la necessità storica di costruire un argine, una “diga”, dice Panebianco, al partito anti sistema del momento. Nel caso di Berlusconi, il suo ruolo di custode della diga obbliga a un radicale cambio di prospettiva sulla sua figura.

La virulenza dell’antiberlusconismo aveva tre cause. La prima, già indicata, era il «complesso del tiranno» ma da solo esso non era sufficiente a rendere così intenso quel sentimento. L’intensità dipendeva da altre due cause. In primo luogo, il fatto che Berlusconi calamitasse gran parte dell’opposizione a quella sinistra che era erede del glorioso Partito comunista: sono sempre state tante in Italia le persone per le quali l’anticomunismo era inconcepibile, una manifestazione di furfanteria. In secondo luogo, il fatto che a opporsi alla sinistra fosse, niente meno, un miliardario «che si era fatto da sé». Per il senso comune di sinistra un miliardario poteva anche essere tollerato ma solo a due condizioni: che avesse ereditato il patrimonio e che non fosse ostile alla sinistra. Un self made man, per giunta anticomunista, era, per quel senso comune, il massimo della volgarità e, insieme, della filibusteria. (Angelo Panebianco, Corriere della Sera)

Però, questa resurrezione del diversamente populista Berlusconi, assume oggi un significato diverso: i suoi storici detrattori, gli anti-berlusconiani militanti, devono prendere atto che il Silvio centravanti di manovra (che misura col bilancino le alleanze e si attrezza a trattare come il sistema proporzionale richiede) ha preso il posto del vecchio centravanti di sfondamento più adatto al maggioritario (e per cui tentazioni di cesarismo, “ghe pensi mi”, logica del chi non è con me è contro di me).

Chi sarà allora il prossimo “guardiano della diga” alle imminenti elezioni politiche? Il vecchio Berlusconi in Sicilia si è guadagnato un vantaggio sull’attardato Renzi. Entrambi rappresentano l’argine del “populismo buono” (copyright de Il Foglio), che usa accenti, vocabolario e pose un po’ demagogiche come strumento, veicolo per “raggiungere fini non demagogici”.

Non ha forse Berlusconi neutralizzato le pulsioni nostalgiche di An, le fughe in avanti secessioniste della Lega di Bossi e le velleità sovraniste di Salvini oggi? Insomma una volta al Governo Renzi e Berlusconi possono accantonare se non disconoscere quegli accenti, non possono invece i populisti per vocazione, vedi i disastri di chi ha guidato la Catalogna, o le prime incerte prove dei 5 Stelle non di lotta ma di governo.

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