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Il ministro Franceschini non legge la legge, il direttore non legge il suo giornale

Il ministro Franceschini non legge la legge, il direttore non legge il suo giornale

Il ministro Franceschini non legge la legge, il direttore non legge il suo giornale

ROMA –  “In attesa che la giustizia faccia il suo corso – magari ribaltando la sentenza – sarebbe carino da parte delle istituzioni, dei parlamentari, dei segretari dei partiti politici evitare di attaccare altre istituzioni dello Stato con argomenti da bar. O almeno prima di farlo imparino a scrivere le leggi”. Sono parole di un buon senso, queste scritte da Alessandro D’Amato su Next Quotidiano  a proposito della umiliazione inflitta dal TAR del Lazio al ministro della Cultura Dario Franceschini e alla sua provinciale idea che a dirigere i musei gli stranieri sono più bravi dei nostri.

Indignati a prescindere contro i giudici del Tar si sono scatenati in molti, su giornali, siti e grande web, da Enrico Mentana a Tommaso Cerno. Interventi di maniera e degni di migliore causa che però contribuiscono a fare capire perché i giornali siano letti sempre meno. Per non parlare di Matteo Renzi, in stato di perenne agitazione per dare una mano a Beppe Grillo.

Cerno ha fatto la peggior figura, beccato da un lettore più attento di lui che gli ha rimproverato di non leggere nemmeno il giornale che dirige o quanto meno firma. Alessandro D’Amato paragona Franceschini a un Berlusconi in sedicesimo:

 “Il ministro della Cultura Dario Franceschini ha deciso di scagliarsi contro una sentenza di un tribunale italiano (il tribunale amministrativo regionale del Lazio) che si è azzardato a bocciare la nomina di cinque dei venti direttori dei supermusei e le nomine, di conseguenza, sono state annullate. Con grande senso delle istituzioni e clamorosa capacità argomentativa, il ministro Franceschiniha affidato le sue critiche alla sentenza… a un tweet”.

Dopo una serie di considerazioni sulle sentenze dello scandalo, D’Amato viene punto “su cui si è concentrato Franceschini nelle sue dichiarazioni (ignorando evidentemente le altre critiche del TAR)” che è poi il punto “su cui si sta scatenando un gran bailamme”.

Il tribunale spiega che “le disposizioni speciali introdotte dall’art. 14, comma 2-bis, del d.l. 84/2014, convertito in l. 106/2014, non si sono spinte fino a modificare o derogare l’art. 38 d.lgs. 165/2001“.

Ovvero: la legge partorita dal governo e dal ministro non ha modificato la legge che impediva l’ammissibilità di cittadini non italiani di partecipare alle selezioni per l’assegnazione di un incarico di funzioni dirigenziali in una struttura amministrativa nel nostro Paese.

“Se lo avesse fatto, è il ragionamento del tribunale che oggi qualcuno, giusto per spararla grossa, accusa addirittura di xenofobia, la nomina di direttori stranieri sarebbe stata perfettamente valida.

Già questo ci fa capire chi abbia fatto una “figuraccia davanti al mondo” tra il TAR e Franceschini. Il tribunale infatti spiega: «Deve quindi affermarsi che il bando della selezione qui oggetto di contenzioso non poteva ammettere la partecipazione al concorso di cittadini non italiani in quanto nessuna norma derogatoria consentiva al MIBACT di reclutare dirigenti pubblici al di fuori delle indicazioni, tassative, espresse dall’art. 38 d.lgs. 165/2001».

“E non solo: il TAR ha anche spiegato che il ministero dei Beni Culturali non ha ben compreso la sua stessa legge. D’altra parte, il chiaro tenore letterale della stessa disposizione speciale di cui all’art. 14, comma 2-bis, qui più volte citata, come appare evidente dal semplice confronto tra il primo ed il secondo periodo, non consente diverse interpretazioni.

Il carattere “internazionale” è previsto dal primo periodo solo in relazione agli “standard” che devono essere perseguiti dal MIBACT in materia di musei (nell’esercizio della relativa potestà regolamentare a tal fine espressamente attribuitagli dalla norma stessa), ma non anche in relazione alle “procedure di selezione pubblica”, previste dal secondo periodo per il conferimento degli incarichi di direzione dei poli museali e degli istituti di cultura statali di rilevante interesse nazionale.

Se infatti il legislatore avesse voluto estendere la platea degli aspiranti alla posizione dirigenziale in esame ricomprendendo anche cittadini non italiani lo avrebbe detto chiaramente, per come è dimostrato dal chiaro tenore di cui al primo periodo della citata previsione.

Il perseguimento degli “standard internazionali”, secondo le chiare intenzioni del legislatore (che non possono essere derogate dalla normativa sottordinata), si ottiene evidentemente migliorando gli aspetti sostanziali e contenutistici dell’offerta museale italiana, appunto rapportandola e adeguandola agli analoghi servizi offerti dai migliori istituti di altri Paesi (in termini, ad esempio, di ampia fruibilità anche nei giorni festivi o nelle ore serali, di efficienza e rapidità di accesso da parte della platea dei visitatori, di miglioramento del rapporto costi/ricavi, di adeguamento delle strutture e delle risorse umane, ecc.), non certamente con interventi formali e di immagine”.

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