Blitz quotidiano
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Pd voti “50mila di apparato” talvolta anche Folli come Omero

ROMA – Primarie Pd, si legge nell’ articolo di analisi del voto su La Repubblica a firma Stefano Folli che i “40/50 mila voti espressi a Roma hanno il sapore dell’apparato, di un mondo legato al partito e pronto a rispondere alle sue esigenze”. Il titolo dell’articolo è ancor più netto: “I numeri dell’apparato”.

Stefano Folli sta alla politica italiana un po’ come Omero stava alla tradizione orale dell’epica greca, entrambi le hanno viste e cantate tutte. Talvolta però, come si sa e come è diventato proverbiale, perfino Omero si distraeva e metteva giù nei suoi testi una nota stonata. E’ capitato, stavolta, anche a Stefano Folli di metter giù una nota implausibile.

Ineccepibile l’analisi: 40/50 mila voti a Roma nelle primarie per il sindaco sono pochi (ma con quel che è successo con Marino e intorno a Marino potevano essere anche meno). Ineccepibile il richiamo-invito al Pd a prendere atto che oggi a Roma una gran parte del voto di opinione è rimasto a casa, non volendo neanche mischiarsi alla scelta di un sindaco. Come chi, dopo aver eletto Marino, abbia ancora la sua politica e civica epidermide ustionata. Ma quel “sapore d’apparato”…

A Folli è sfuggita la penna, è andata via in troppo automatica routine. Folli sa meglio di ogni altro che se il Pd avesse a Roma 40/50 mila d’apparato…roba che mai neanche il Pci. Con quarantamila/cinquantamila d’apparato (il doppio dei dipendenti del Comune, quasi la stessa cifra di tutti gli stipendiati pubblici nella Capitale ministeri a parte) a Roma qualunque partito sarebbe signore, sovrano, egemone. Quarantamila/cinquantamila d’apparato, cioè letteralmente gente che milita in un partito o addirittura vi lavora traendone reddito…Una forza così non l’ha mai avuta nessuno. A Roma l’apparato del Pd fatica ad allineare qualche centinaio di persone.

Così un voto stanco e senza illusioni, un voto grigio nell’età media dei votanti e nelle prospettive di successo elettorale e dolente nella memoria del recente passato, un voto mesto anche se non del tutto rassegnato, è diventato quel che a suo tempo La Repubblica titolò “Il pugno del partito” intendendo D’Alema che grazie alla struttura (allora c’era) del partito bloccava Veltroni. Ecco, un titolo così il Pd di oggi il Pd se lo sogna. Gli apparati di partito sono liquefatti da tempo. Ce li avesse il Pd, in Italia non a Roma, quaranta/cinquantamila d’apparato, ovunque Virginie Raggi e Luigi de Magistris farebbero altri mestieri.