Blitz quotidiano
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Rai Campo Dall’Orto la vuole media company, anzi croccante

ROMA – Rai, situazione grave ma non seria. È grave, per la Rai si agita convulsamente e fa danno, non è seria perché è sempre andata così ma ora rischia di scivolare nella barzelletta. Questo non solo per l’incauta nomina di un capo della sicurezza che non aveva i requisiti e si chiama come un capo barbaro che saccheggiò Roma, ma anche e soprattutto per gli errori di tipo aziendale e gestionale che segnano il percorso di Antonio Campo Dall’Orto da quando, otto mesi fa, Renzi lo ha insediato a capo della Rai.

Vediamo prima l’aspetto buffo della storia. Antonio Campo Dall’Orto decide che la Rai ha bisogno di un nuovo capo della sicurezza e, avendo a disposizione mezza Arma dei Carabinieri e una schiera di Questori di grande mestiere e bravura, sceglie un francese, Genséric Cantournet, che da poliziotto a Mentone è arrivato in Kosovo e alla sicurezza Telecom, dove era capo della sezione Security Cross Processes and Projects. Deve sostituire un poliziotto di lungo corso, Alfonso D’Alfonso, ex capo della Dia, troppo avanti negli anni per gli standard giovanilistici imperanti, essendo nato nel 1947.

Il francese, però, essendo francese, non può avere il Nos (nulla osta sicurezza), requisito fondamentale per quel posto che, informano Aldo Fontanarosa e Leandro Palestini su Repubblica,

“di norma va solo a chi assicura “scrupolosa fedeltà alle istituzioni della Repubblica, alla Costituzione e ai suoi valori”. La nostra legge sui servizi segreti – la 124 del 2007 – mette fuori gioco un cittadino straniero”.

Risultato bizzarro, rivela Paolo Festuccia sulla Stampa, subito rilanciato in rete da un tweet di Giuseppe Giulietti, presidente del sindacato dei giornalisti italiani, la Fnsi:

“Sembra la solita barzelletta: c’è un francese, un italiano… Il primo assunto da Campo Dall’Orto, Genseric Cantournet non aveva il nos (nulla osta sicurezza) e quindi è stato richiamato «in servizio» Alfonso D’Alfonso: due capi per una poltrona”.

La situazione assai buffa era stata già rilevata da Fontanarosa:

“Alla tv di Stato negano che esista un caso sicurezza. Negano che sia uno spreco pagare sia Cantournet sia D’Alfonso. Negano soprattutto che Cantournet sia un manager azzoppato perché privo del Nos. Il dirigente farà bene in Rai come già in Telecom Italia.

“Se D’Alfonso viene confermato – insistono a Viale Mazzini – non è perché ha il Nos ed è stato “Punto Nato”, cioè interlocutore degli americani per conto della Rai. D’Alfonso è rimasto in squadra perché esperto, e per non sguarnire le difese della Rai a gennaio, a un mese dal Festival di Sanremo”.

Oltre al lato comico c’è però anche quello iettatorio, con due fattispecie.

1. Genserico a Roma suona tragedia. Genserico, nome di battesimo di Cantournet, era anche il nome di un capo barbaro, re dei Vandali, che saccheggiò Roma nel 455. Sarà forse effetto della contestata nomina a direttrice di Rai3 di Daria Bignardi in Sofri, nota per una trasmissione molto lodata ma poco seguita che si chiamava Le invasioni barbariche…

2. Anche Ignazio Marino inciampò nella sicurezza, nel suo caso chiamando a capo dei vigili di Roma un ufficiale dei Carabinieri che non aveva i requisiti formali del posto.

Saper leggere i curriculum nell’incrocio concreto col profilo del job dicono sia un requisito fondamentale, anche per le bocciofile.

L’aspetto strutturale non fa ridere per niente, invece. Il caso delle nomine di nuovi dirigenti Rai provenienti dall’esterno, in numero eccessivo rispetto alle ragionevoli esigenze di indispensabili innesti, è stato sollevato da Franco Siddi, ex segretario della Federazione della Stampa, che ha trasferito, nella nuova carica di consigliere di amministrazione della Rai, lo spirito critico e la capacità di analisi sviluppati alla Nuova Sardegna degli anni d’oro e maturati alla guida del sindacato nazionale dei giornalisti.

Siddi ha aperto la polemica sbattendo la porta della sala del Consiglio, giustamente irritato dai comportamenti obliqui di Campo Dall’Orto, che non aveva portato in Consiglio una serie di nomine che Siddi riteneva dovessero invece essere discusse in quella sede. La notizia, peraltro, era uscita su Dagospia.

Nei giorni successivi la polemica si è ingrossata, a Siddi si sono aggiunti Usigrai, Maurizio Gasparri, Michele Anzaldi e si è estesa a tutti i dirigenti chiamati da Antonio Campo Dall’Orto nei nove mesi di guida della tv pubblica, che supererebbero i limiti consentiti.

La replica della Rai alle accuse è stata:

“Lo Statuto e il Piano Triennale Anticorruzione sono stati pienamente rispettati e per la prima volta nella storia della Rai i nuovi dirigenti hanno quasi tutti contratti triennali, il che consentirà di risparmiare cifre molto significative negli anni a venire”.

È un ragionamento del pettine. Un dirigente sa che, per la natura del suo incarico, il suo posto è sempre precario e, non solo in Rai ma in qualunque azienda, anche nella Repubblica sociale e socialista italiana, è licenziabile. Il suo impegno deve essere quello di fare sempre il meglio per restare in quel posto fino alla pensione.

Se sa di essere a termine, che entro tre anni comunque andrà via, lavorerà non nell’interesse della azienda, ma del suo riciclo. Ci sono dirigenti che non durano più di due o tre anni in un posto, non per contratto ma per deliberata scelta, su questo hanno costruito la carriera. Pompano i risultati, corteggiano i giornalisti, dietro di sé lasciano ai successori il compito di spalare.

Nella mia esperienza, me ne sono capitati pochi, per fortuna, dirigenti di questo tipo e quando ho potuto mi son ben guardato dal prenderli.

Nella mia esperienza, anche, quando ho visto sventolare risparmi sui costi dei dirigenti, che non fossero frutto di razionali adeguamenti di organico o comunque buona e sana amministrazione, ho sempre sentito puzza di bruciato. Ricordo la fusione di due reti di vendita in nome dei “savings” (testuale) che portò a una perdita di fatturato cinque volte superiore.

Devo dire che mi riesce difficile capire cosa abbia in mente Campo Dall’Orto. L’ho incontrato un paio di volte anni fa, quando era il fenomeno di Mtv. Non mi è stato simpatico allora e continua a non essermelo oggi, ma con tutti i miei pregiudizi è difficile essermi simpatico. Oggi noto una vaga somiglianza con Casaleggio. Non ricordo come dà la mano, per me indice importante, né ricordo la sua voce perché parlava sempre il suo capo americano che dopo un paio di incontri si presentò da solo.

Quello che ho letto sui progetti di Campo Dall’Orto offre di sicuro qualche banalità: la Rai, assicura su Repubblica Aldo Fontanarosa, che sembra aver perso ormai la capacità di apprezzare il ridicolo  di cui dava prova in gioventù,

“diventerà una media company, trasmetterà su una molteplicità di piattaforme raccogliendosi intorno a due app fondamentali”.

Ma la Rai è una “media company”, come lo sono Mediaset, Mondadori, Rcs, Gruppo Espresso. Forse l’obiettivo è passare da nedia company a multi media company ma c’è da avere paura al pensiero che la prima media company italiana, la prima fabbrica culturale italiana, il dominante produttore di film, datore di lavoro numero 1 di giornalisti, attori, ballerine, tecnici, cameramen, è affidata a un signore che si affida a slogan tipo “da broadcaster a media company”.

Nell’editoriale del 22 aprile 2016 sul Fatto Quotidiano, in cui lo ridicolizza, Marco Travaglio definisce il documento di presentazione del piano Rai “croccante”; non mi è chiaro, non avendo visto il documento, se si tratta dello humour di Travaglio o di un termine usato da Campo Dall’Orto. Come che sia, mi ha dato un brivido. Mi ha fatto ricordare un giovane “manager” che voleva fare una “radio croccante” e è costato qualche centinaio di milioni di euro agli incauti che glielo hanno lasciato fare.

Se si deve credere a Stefano Balassone, decifrando la sua criptica prosa, c’è anche una apertura positiva nel documento:

“la disponibilità a ridurre i ricavi pubblicitari, ma “solo in caso di un sensibile aumento di introiti del canone”. Il che non fa una piega e lascia al governo tutto il peso politico di decidere il da farsi su questo terreno che, a ben vedere, più che la Rai riguarda gli equilibri che potrebbero definirsi tra le tv commerciali generaliste (Mediaset, La7, TV8, TV9)”.

È una tesi che ho sostenuto di recente e non è nemmeno una novità, perché in altri tempi gli editori di giornali cercarono di ridurre l’affollamento di Rai e Mediaset, tragicamente sconfitti dal combinato disposto Berlusconi-D’Alema ai tempi della infausta Bicamerale.

Come si profila oggi, sarebbe un taglio degli affollamenti a senso unico, solo per la Rai, come forse previsto da quella parte occulta del patto del Nazareno che mira a raffreddare la competizione fra Rai e Mediaset in nome del risparmio. Sono 25 anni, da quando Berlusconi ottenne la rimozione di Biagio Agnes, che la Rai è in una spirale recessiva, in nome dei risparmi, che interessano a Berlusconi per contenere il calo di margini di Mediaset.

L’interesse però non è solo di Mediaset e delle altre tv, anche se oggettivamente Mediaset sarebbe il primo beneficiario; un po’ di soldi finirebbero anche ai giornali e a internet, in quel sistema di vasi comunicanti che ha visto negli ultimi anni la Rai massacrare il mercato pubblicitario con tariffe da dumping.

Tuttavia, una speranza molto flebile in un piccolo vantaggio in un modesto interesse, non basta a rimuovere il pensiero dominante sull’interrogativo che mi tormenta come cittadino innanzi tutto: che fine farà la Rai, schiacciata dagli interessi oggi di Berlusconi domani di chissà chi, in una spirale che si sviluppa da un quarto di secolo, sempre più in fondo.

Non è che la Rai meriti molte lodi: è stata deposito degli esuberi del giornali di partito, è stata cliente di fornitori scelti per parentele politiche, vedi il caso Tulliani-Fini, è stata chiacchierata per anni per i sistemi praticati nell’acquisto dei film all’estero ben prima che Berlusconi li perfezionasse. C’è poco da fare, è un pezzo dell’Italia, come nel privato comandano gli azionisti, lo stesso è nel pubblico, dove gli azionisti sono i partiti, scandalizzarsi serve a poco, anche se una differenza fondamentale c’è: nel privato, se strapaghi una azienda e metti in ginocchio la tua per molti anni a venire, il danno è per i tuoi azionisti che, scegliendoti o comprando le azioni liberamente in Borsa, erano consapevoli di profitti e rischi. Se non sono d’accordo, vendono le azioni.

Nel pubblico, i partiti sono azionisti anomali, lo sono per delega in bianco degli elettori che saranno alla fine chiamati a pagare il conto con le tasse: alternative non ce ne sono, al Fisco no si sfugge, almeno la metà di noi.

Per questo la Rai non è solo un tema da giornalisti e politici, ma ci deve interessare tutti, come fruitori del suo servizio, come pagatori del canone, come contribuenti pagatori di tasse.