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Rai, Campo Dall’Orto porta Renzi in tribunale: 3 spiegazioni

ROMA – Antonio Campo Dall’Orto ha fatto causa a Matteo Renzi. Se preferite dirla in modo più garbato, come ha fatto Goffredo De Marchis su Repubblica il 24 marzo 2016, “la Rai fa causa al governo”. Può anche avere avuto le sue ragioni, e ne ha, ma l’atto di citazione della Rai contro il Governo è arrivato a Palazzo senza che nessuno se s’aspettasse, un vero fulmine a ciel sereno. Nel mondo ove la forma prevale sulla sostanza, il modo prevale sulla ragione.

Le ragioni possono essere tre:

1. Antonio Campo Dall’Orto non ha in mano la Rai, anche se ha poteri da satrapo. Questa è la spiegazione che si danno ministri e sottosegretari interessati. Gli sfuggono, dicono, alcune funzioni chiave, come l’ufficio legale, che invece dovrebbe essere una specie di protesi del capo azienda e aggiungono, con unpo’ di crudeltà, che forse Campo Dall’Orto è

“troppo concentrato sul prodotto”

e questo gli impedisce di avere “il pieno controllo della struttura”.

Campo Dall’Orto è di quelle persone che non guardano negli occhi l’interlocutore. Tengono lo sguardo puntato in alto, come se leggessero da una specie di “gobbo” incastonato in cielo, scritto da qualche arcangelo su diretta ispirazione del Padreterno. Succede che se si guarda troppo su, non si vede bene cosa succede laggiù.

2. È un tranello teso a Campo Dall’Orto dalla “vecchia” Rai, che lui ha trattato con un po’ troppa arroganza preferendo dirigenti di provenienza esterna, come se fra le migliaia di giornalisti e funzionari esperti di televisione e radio che zavorrano con il loro costo e le loro divergenti lealtà la Rai non ce ne fosse uno capace.

3. È una accorta mossa più o meno condivisa fra amministratore delegato e ufficio legale per mettere le mani avanti nel caso in cui alla Corte dei Conti venisse il ghiribizzo di processarli per danno erariale per avere obbedito agli ordini dell’azionista Governo contro gi interessi della azienda loro affidata. Accadde ai consiglieri di amministrazione che votarono direttore generale della Rai Alfredo Meocci per ordine di Berlusconi primo ministro attraverso un emissario del ministro dell’Economia Domenico Siniscalco: furono condannati a pagare fra tutti loro 11 milioni di euro per danno erariale perché avevano fatto quello che aveva stabilito il presidente del Consiglio, nominare Meocci che una delibera postuma dell’Autorità delle Comunicazioni stabilì essere innominabile.

Vedessi mai che un mattino quelli della Corte dei Conti si svegliano e ci chiedono i danni? In Italia non è una ipotesi tanto campata in aria.

Certo la cosa fa impressione e Goffredo De Marchis, per farci notare meglio il paradosso, sottolinea che il fatto che la Rai che porta in giudizio il Governo è

“come se Mediaset finisse in tribunale contro Berlusconi o la Fiat contro gli eredi della famiglia Agnelli. Perchè il governo è proprietario della tv di Stato con una quota del 99,6 per cento che fa capo al ministero del Tesoro. Eppure l’azienda guidata da Antonio Campo Dall’Orto si rivolge al Tar del Lazio con un ricorso dai toni pesanti, considerando la richiesta dei diritti amministrativi giunta dal ministero dello Sviluppo economico «iniqua, illogica» e addirittura «illegittima»”.

La differenza però è in quel terzo incomodo, la magistratura amministrativa, al cui vaglio né Piersilvio Berlusconi né Marchionne sono soggetti.

In ogni caso, come da copione e anche per evitare analoghe messe in mora per danno erariale, il ministro Federica Guidi e il sottosegretario con delega alle Comunicazioni Antonello Giacomelli hanno deciso opporsi davanti al Tar.

In Italia ci consideriamo nella patria del diritto e lo scenario descritto sopra non è fantascienza, nel caso di Meocci è stato già realtà. Il diritto in Italia esclude purtroppo il buonsenso e per questo a Palazzo Chigi, dove ragionano col buon senso,

“considerano assurda la mossa della Rai, tanto più che da luglio, con il canone in bolletta, la tv pubblica avrà almeno 300 milioni di euro di risorse aggiuntive. Mentre al Tar Viale Mazzini chiede pochi spiccioli in confronto: vuole avere indietro 111 mila euro del 2016 e non pagare gli arretrati del 2014 e 2016 per una cifra simile”.

I diritti amministrativi, chiarisce De Marchi,
“sono i soldi che l’Authority delle comunicazioni e lo Sviluppo economico chiedono a tutte le tv pubbliche e private, nazionali e locali, per coprire le spese «di cooperazione internazionale, di analisi di mercato, di sorveglianza del rispetto delle regole, di armonizzazione e standardizzazione». Questa voce prima era compresa nel canone di affitto delle frequenze che tutti i concessionari pagano in base all’1 per cento del loro fatturato. Ma l’Agcom ha scorporato le voci sulle base di una direttiva europea e ha stabilito una tabella a parte per i diritti amministrativi. 111 mila euro sono la cifra richiesta a chi copre l’intero territorio nazionale. Poi, 25 mila euro per una tv che trasmette su un territorio con più di 30 milioni di abitanti e fino a 50 milioni, 18 mila fino a 30 milioni e proseguendo si arriva alla cifra minima di 300 euro per un’emittente che copre fino a 500 mila abitanti”.
Nel ricorso della Rai, che occupa 27 pagine si legge che
“la pretesa è ancora più illogica se si considera che il servizio pubblico è finanziato dal ministero attraverso il canone televisivo ed è fatto divieto alla società concessionaria di utilizzare direttamente o indirettamente i ricavi del canone per finanziare attività non inerenti al servizio pubblico generale” e che si tratta di “violazione e falsa applicazione della direttiva 2002/20/CE. Eccesso di potere. Violazione del principio di proporzionalità e ragionevolezza”.
La Rai ha pagato i 111 mila euro del 2016 che avevano la scadenza 31 gennaio scorso, ma con riserva, perché si tratta di un 2provvedimento retroattivo e perciò illegittimo”. Nella comparsa mette in chiaro che non ha nessuna intenzione di versare gli arretrati che il ministero chiede per il 2014 e 2015 e sta quantificando prima di inviare «all’azienda una nota riassuntiva » con obbligo di pagamento entro il 30 aprile.