Blitz quotidiano
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Raid in Libia: ora a far pressione all’Italia di Renzi si è messa anche la Russia di Putin

Prima i francesi, poi gli americani e ora anche i russi: sulla Libia tutti fanno pressione sull’Italia e tutti, alla fine, ci scavalcano. Succede dalla crisi di Gheddafi, dalla primavera araba, da quando la Francia di Sarkozy, per tutta una serie di ragioni che non c’entravano nulla con le priorità del popolo libico, trascinò una coalizione internazionale nella scellerata campagna di bombe che hanno trasformato la Libia nel nostro “Iraq di quartiere”.

Ora che l’America di Obama vuole usare le nostre basi, in particolare la base di Sigonella (20 minuti di volo dal Golfo della Sirte), per bombardare le postazioni Isis in Libia, la Russia di Putin ha fatto sapere all’Italia di Renzi che sarebbe moolto meglio se non concedesse le proprie basi agli americani. Riporta Francesco Grignetti su La Stampa-Il Secolo XIX:

Ma sulla questione di Sigonella c’è un sovrappiù di prudenza perché alla Farnesina fin dal mattino erano informati, tramite ambasciata, che l’annuncio dei raid aerei aveva suscitato un gran malumore della Russia. L’uscita pubblica dei russi sul carattere «illegale» delle azioni americane non è giunta inaspettata. Di più: fonti diplomatiche russe in Italia hanno contattato diversi esponenti del governo chiedendo che le basi «italiane» non vengano utilizzate come trampolino per la Libia.

Quale è la situazione adesso in Libia? Il Paese è diviso in due. A occidente, regione Tripolitania e capitale Tripoli, governa l’esecutivo che ha come presidente del Consiglio Fayez al-Sarraj, 56 anni, già ministro con Gheddafi. Sarraj, che viene da una famiglia di notabili libici, ha l’appoggio delle Nazioni Unite, degli Stati Uniti e dell’Italia. A oriente, regione Cirenaica e capitale Tobruk, governa il generale Khalifa Belqasim Haftar, appoggiato dall’Egitto di al-Sisi e – dietro le quinte – dalla Francia.

In mezzo, nel golfo della Sirte, si è insediato l’Isis, o meglio una forza variegata composta da guerriglieri fondamentalisti che ha fatto proprio il “brand” dello Stato Islamico, marchio che si presta agilmente al franchising, come abbiamo visto anche in Europa.

Di fronte a questo caos l’atteggiamento del governo italiano è di prudenza, perché l’Italia ha solo da perdere. La Libia è uno dei fornitori principali dell’Eni.

Inoltre, con i suoi porti in mano alle organizzazioni criminali, è l’hub principale del Mediterraneo per traffico di esseri umani, con giganteschi campi di concentramento dove vengono radunati i migranti in arrivo da tutta l’Africa subsahariana e in qualche caso dal medio Oriente, in attesa di essere stivati e spediti entro i confini dell’Unione Europa (cioè da Lampedusa in su). L’Italia insomma si potrebbe trovare con i rubinetti del gas e del petrolio chiusi e con il mare di Sicilia pieno di barconi da soccorrere per evitare altre tragedie.

Spiega Marco Conti sul Messaggero:

“Per ora i raid americani partono dalle portaerei Usa dislocate nel Mediterraneo, ma i droni potrebbero alzarsi anche da Sigonella e gli aerei da Aviano, qualora l’azione dovesse durare per tutti i trenta giorni previsti dal Pentagono. La disponibilità delle basi e del relativo spazio aereo risale ad una decina di giorni fa, quando a Washington ministri degli Esteri e della Difesa della coalizione anti-Daesh si sono riuniti per fare il punto sulla situazione in Libia e la penetrazione del califfato nella terra della mezza luna. Inoltre, sarebbe possibile l’utilizzo delle nostre navi (quelle che già pattugliano le acque libiche per intercettare i barconi dei migranti) per il recupero dei feriti.

In attesa di un’eventuale richiesta, alla quale il governo si è impegnato a dare una risposta in tempi brevi informando prima il Parlamento, l’Italia ha incassato ieri da Serraj i ringraziamenti per il lavoro umanitario che stiamo svolgendo. In effetti il governo non si aspetta da Serraj richieste diverse dall’attività di addestramento che già stiamo facendo in Libia. […]

D’altra parte nella lettera di richiesta che Serraj ha inviato a Washington si escludono interventi di terra da parte di soldati stranieri e si legano i bombardamenti aerei all’avanzare delle truppe libiche. Nel 2012 l’uccisione dell’ambasciatore americano Christopher Stevens a Bengasi costrinse la Casa Bianca ad archiviare il dossier libico lasciando agli europei il compito di sbrogliare una matassa sempre più complicata. Ad aprile di quest’anno la svolta, con l’ammissione da parte di Obama del «mio più grande errore: non aver avuto un piano sulla Libia» per il dopo. Un’ammissione che fu musica per le orecchie di Renzi che sulla Libia ha sempre tenuto a freno le pulsioni militari interne al nostro Paese.

Sostenere Serraj e fargli vincere la guerra a Sirte non significa però risolvere i problemi di un Paese stremato da anni di guerra e per decenni abituato ad una relativa pace interna dovuta anche ai proventi del petrolio. Renzi è convinto che l’Italia possa rafforzare la collaborazione contribuendo al dopo-bombardamenti attraverso la ricostruzione di strade, ospedali, scuole.

Il riavvio della produzione di petrolio, avvenuto pochi giorni fa, è per il l’Italia un segnale importante perché riconsegna al governo di Tripoli la principale leva dell’economia libica, ma ancora lunga è la strada per pacificare un Paese diviso in tribù e potentati.