Blitz quotidiano
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Referendum, se vince il No…4 ipotesi di governo, in attesa del caos e di Beppe Grillo

Referendum, se vince il No, si intrecciano le previsioni, una cosa è certa, ci aspetta il caos. Se vince il No, che si voti nel 2018 o anche nel 2017, sulla spinta del canaio di vanitosi costituzionalisti, odiatori di Facebook, politici che prima ci hanno soffocato  (D’Alema, Berlusconi, Monti, Bersani) ora ci vogliono dare il colpo di grazia, sarà il trionfo di Beppe Grillo. Abbiamo davanti un anno o due di tormenti, nel caos dei mercati, in attesa della vittoria elettorale del profeta della decrescita felice.

In attesa degli eventi, proviamo a accostare alcuni pezzi di disegno, dai siti di Espresso e Formiche e cerchiamo di immaginare quali potranno essere le prossime mosse.

Gianluca Roselli su Formiche:

Renzi perde, si presenta dimissionario davanti al presidente della Repubblica, che non lo reincarica oppure lo reincarica e lui rifiuta. A quel punto:

1. un mandato verrebbe affidato a un’alta figura istituzionale. Il nome in pole position è quello del presidente del Senato Pietro Grasso ma si parla anche del ministro dell’Economia Piercarlo Padoan.

Si dovrà rifare la legge elettorale e arrivare a scadenza di legislatura.

Ipotesi che sembra essere stata messa da parte dallo stesso Renzi quando ha annunciato un no a governi tecnici o governicchi e facendo intuire che il Pd non sosterrà ipotesi di tal fatta.

2. un governo di qualche mese che rifaccia la legge elettorale e riporti presto il Paese alle urne, nella primavera del 2017. Q

3. un governo più politico guidato da un esponente del Pd con l’appoggio dell’attuale maggioranza allargata magari anche a Forza Italia (e in questo scenario, come anche nella prima ipotesi, un ruolo chiave lo avrà Silvio Berlusconi). I nomi che circolano sono quelli di Dario Franceschini, Andrea Orlando e Carlo Calenda.

4. E se fosse lo stesso Renzi? pensa Francesco Damato su Formiche:

“Renzi col suo governo post-referendario, del quale prima o dopo si farà una ragione anche il presidente del Senato Pietro Grasso, dovrà completare il percorso parlamentare del bilancio, gestire i rapporti internazionali, ospitare il vertice europeo di primavera in Campidoglio per i 60 anni dei trattati comunitari – e tutti sanno quanta importanza egli attribuisca a questo  appuntamento, anche per portare avanti i suoi progetti di cambiamenti a Bruxelles – e modificare la legge elettorale nota come Italicum: si vedrà se entro o oltre i limiti delle mutilazioni previste da parte della Corte Costituzionale, che ha notoriamente rinviato il suo verdetto a dopo il referendum.

“Non sembra che questo programma e la personalità di Renzi consentano a cuor leggero di poter parlare di un “governicchio”.

Sarà, dentro il Pd e dintorni, un sanguinoso regolamento di conti, come anticipano sull’ Espresso Marco Damilano e Emiliano Fittipaldi: sarà un “rimpasto universale” destinato a disegnare “la nuova mappa del potere, dal governo alla Rai, dalle partecipate al Pd”. Ecco perché, “per i big intorno al presidente del Consiglio il referendum del 4 dicembre sarà il giorno del giudizio”:

“Rischiano tutti. Ministri, vice-ministri, sottosegretari. E poi i vertici delle aziende pubbliche, i dirigenti della Rai, le alte burocrazie, gli uffici di diretta collaborazione del presidente del Consiglio, cioè lo staff del premier”.

In una recente riunione del Consiglio dei ministri, Renzi è stato brutale:

“Ora parliamo del referendum, ha detto guardando i suoi ministri in faccia uno a uno. I sondaggi danno in svantaggio il “sì”, per ora. Siamo indietro nelle regioni del Sud e tra i giovani. Gli indecisi sono nell’elettorato berlusconiano. Suggerisco a ciascuno di voi di fare una campagna elettorale mirata a raccogliere i voti del centro-destra”.

Il 4 dicembre comunque vada sarà il Dies Irae di Renzi. Con le modalità “sanguinose” che molti fedelissimi ed (ex) amici hanno imparato a conoscere in questi primi due anni e mezzo di potere. Come scrivono Damilano e Fittipaldi,

Renzi, infatti, non è solo «il leader» o «il Capo» , come lo chiamano affettuosamente in tanti. Per i suoi uomini è qualcosa di più. «Il politico più straordinario che l’Italia abbia mai avuto». «Un visionario», afferma un dirigente Rai che ammette che Matteo riesce a smuovergli dentro emozioni «pari a quelle di un profeta».

Il premier è volubile. Un uomo capace di grandi innamoramenti . Ma anche di tradimenti e abbandoni improvvisi. A Palazzo Chigi, per ora, le caselle sono rimaste al loro posto, a parte Federica Mogherini, (spedita in Europa dal ministero degli Esteri nel 2014, dopo sei mesi di governo, ora in disgrazia) e i centristi Maurizio Lupi e Federica Guidi, sloggiati senza tanti rimpianti dopo essere stati sfiorati da uno scandalo familiare.

Nelle prossime settimane saranno tutti pericolanti. A parte Paolo Gentiloni (forse), il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, ambasciatore con Bruxelles e con le istituzioni sovra-nazionali, e Angelino Alfano, protetto solo perché segretario di un partitino indispensabile per la maggioranza. Il giudizio negativo è destinato ad abbattersi su Stefania Giannini, ministro dell’Istruzione, e su Marianna Madia, ministro per la Pubblica amministrazione: sono accusate di non aver saputo gestire le riforme del loro settore. I ministri dell’Agricoltura e della Giustizia Maurizio Martina e Andrea Orlando sono ex ds alleati con Renzi e dunque preziosi, ma potrebbero tornare utili per una vice-segreteria del Pd, al posto di Lorenzo Guerini e Debora Serracchiani.

Di Dario Franceschini non sfugge invece l’ambizione a guidare un governo di scopo, in caso di vittoria dei no. Ipotesi che Renzi vede come fumo negli occhi. Uguale fatwa incombe su Carlo Calenda: troppo simile a Renzi, nel carattere spavaldo, per non finire nella lista nera. La ministra della Salute Beatrice Lorenzin è scivolata sulla comunicazione, per il premier il peccato capitale, da cui è impossibile emendarsi. «Tecnicamente inguardabile», è stata giudicata da Renzi la campagna sulla fertilità. Game over.

I ministri tremano perché sanno benissimo che nella breve storia del renzismo la schiera dei sedotti e abbandonati è lunghissima. Nel girone sono finiti vecchi amici, parlamentari, manager che hanno dato tutto e che ora spediscono compulsivamente messaggini su whatsapp sperando di ottenere una risposta dal leader, invano. Matteo Richetti, deputato di Modena, e Anche il suo rivale in Emilia, il presidente Stefano Bonaccini, ex bersaniano, non è più ascoltato come un tempo. Ma tra i ripudiati sono finiti il tesoriere del Pd Francesco Bonifazi , tollerato solo perché amico della Boschi, e il consigliere di Finmeccanica e leopoldino doc Fabrizio Landi. In panchina c’è anche Filippo Bonaccorsi (per lui si ipotizzavano incarichi di governo, è rimasto all’unità di missione per l’edilizia scolastica) e Roberto Reggi, coordinatore della campagna delle primarie 2012. Promosso sottosegretario all’Istruzione, dopo alcune divergenze è stato paracadutato all’Agenzia del demanio. Un esilio dorato, con stipendio a 240 mila euro l’anno.

In Rai l’ingratitudine ha travolto invece Luigi De Siervo, amico di vecchia data, inventore della Leopolda e “scopritore” della Boschi: fino a pochi mesi fa era in corsa per diventare vicedirettore della Rai, dove lavorava da 16 anni, poi si è scontrato con Antonio Campo Dall’Orto. Renzi non l’ha protetto e De Siervo ha lasciato l’azienda, passando a Infront Italia e chiudendo – per ora – ogni rapporto con il premier, che continua a tenerlo a distanza, anche su consiglio di Lotti e Boschi.

Sarà una magra consolazione, ma anche il suo rivale in viale Mazzini rischia di fare a breve la stessa fine. Di Campo Dall’Orto a Palazzo Chigi non vogliono più sentire parlare, nonostante sia stato Renzi a volerlo a viale Mazzini con i super-poteri garantiti dalla nuova legge. Su di lui pesano le scivolate editoriali (Raisport e Raitre di Daria Bignardi in primis), i rilievi dell’Anac di Raffaele Cantone sulle assunzioni esterne e la scelta di comunicare nel momento sbagliato i mega-stipendi dei dirigenti. In caso di vittoria del no è certo che CdO finirà sul banco degli imputati della sconfitta”.

Ma anche se vince il Si, per il bene della Rai e l’amarezza di Berlusconi, sar bene che gli trovino una alternativa.