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Pena di morte per i marocchini. Stupratore italiano? Il Comune paga l’avvocato

Rimini. "Pena di morte per i marocchini!". Ma agli otto violentatori italiani di Montalto di Castro nemmeno un giorno...

Rimini. “Pena di morte per i marocchini!”. Ma agli otto violentatori italiani di Montalto di Castro nemmeno un giorno…

ROMA – Rimini. “Pena di morte per i marocchini!”. Ma agli otto violentatori italiani di Montalto di Castro nemmeno un giorno… “Ci vuole la pena di morte per gli stupratori marocchini di Rimini”: non sono stati ancora assicurati alla giustizia, non si sa nemmeno se i 4 violentatori della spiaggia siano tutti nordafricani, ma il richiamo della foresta, richiamo ciecamente identitario, è scattato automatico. Tipico riflesso pavloviano. E giù attacchi alla Boldrini, icona dell’accoglienza indiscriminata e secondo alcuni reticente sugli abusi degli stranieri per non guastare la narrazione sul buon immigrato.

Mentre è ancora in corsa la caccia ai quattro violentatori della spiaggia di Rimini, di cui si sospettano origini nordafricane, a tenere banco sui media è dunque l’enfasi non sull’ennesimo stupro (stavolta ai danni di una turista polacca e di una trans peruviana) bensì sulla presunta ennesima “marocchinata”, ricordando gli stupri in Ciociaria delle milizie marocchine dell’esercito francese nel ’44. Il cortocircuito con l’emergenza sbarchi, il timore dell’invasione, la paura del maomettano…

Però, a proposito di pena di morte selettiva (dipende dal passaporto, o dal credo, o dal colore della pelle) e di presunti silenzi o coperture o ingiustificate tolleranze, giova ricordare un luogo, Montalto di Castro, ridente villaggio al confine di Lazio e Toscana. Un nome, Marilena. E un anno, il 2007, quando un branco di otto mocciosi figli di papà e mamma italianissimi, la stuprò quando aveva 15 anni. Allora tutti, sindaco piddino in testa perché il nipote era coinvolto, si affannarono a giustificare la bravata dei ragazzi e vigliaccamente a denigrare la poveretta trattata ovviamente da poco di buono.

La quale nel 2012, dopo anni 5 anni di battaglia giudiziaria e dopo 40mila euro generosamente elargiti dalla giunta comunale per pagare gli avvocati agli otto monelli, dovette subire l’ennesimo oltraggio: nessuna giustizia per lei, il reato c’era, eccome, dimostrato in lungo e largo, non c’era la pena però, estinta d’ufficio se gli otto avessero rigato dritto per un anno e mezzo, una messa in prova giusto il tempo di vivacchiare all’ombra di un comodo servizio sociale.

Tre anni prima Marilena, avvertito l’irrespirabile lezzo garantista in favore dei figli di mamma, aveva capito tutto: “Per avere giustizia avrei dovuto essere violentata da dei romeni”. Sì, perché allora la fobia era quella. E fosse solo una questione destra/sinistra! Il sindaco di cui sopra, piddino di osservanza bersaniana, sinistra dura e soprattutto pura, Salvatore Carai, esibiva analisi antropologiche d’accatto che al confronto Borghezio è un Levy-Strauss: “Quei ragazzi ingiustamente accusati sono dei bravi ragazzi. Dalle nostre parti le uniche bestie sono gli immigrati romeni. Loro si che lo stupro l’hanno nel sangue”.

I bravi ragazzi colpevoli secondo sentenza hanno ricevuto assistenza legale, solidarietà cittadina, incentivi al reinserimento. La ragazza, la vittima, è stata lasciata sola, sola e abbandonata come l’hanno ritrovata dopo che le altre bestie del circondario avevano fatto scempio del suo corpo. “Nessuno ha mai pensato al reinserimento di Marilena. Accanto a lei non c’è mai stata alcuna istituzione pubblica. Nessuno le ha chiesto di cosa avesse bisogno. Nessuno le ha mai proposto un lavoro, nemmeno stagionale, nonostante abbia dovuto lasciare la scuola”, gridava nel deserto il suo avvocato.

Forse è davvero mal riposta la speranza di concordare sul fatto che uno stupratore, per giunta intruppato in un branco, non è un uomo, quale che sia la sua origine, passaporto, colore, credo.

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