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Trump amato dai suoi elettori nelle sabbie mobili del Potere. Un po’ come Renzi?

Trump amato dai suoi elettori nelle sabbie mobili del Potere. Un po' come Renzi?

Trump amato dai suoi elettori nelle sabbie mobili del Potere. Un po’ come Renzi?

Trump si, Trump no. Nel mondo divampa la polemica, crescono le schiere dei suoi avversari, in America sale la tensione. Siamo arrivati al punto che l‘attrice Kathy Griffin, conduttrice di talk show, già in Pulp Fiction, fidanzata di Quentin Tarantino  e protagonista di reality show, ha messo in rete una sua foto con in mano una finta testa tagliata di Trump tutta sanguinante.

Un commentatore tv, sulla rete Msnbc, ha chiesto che Trump sia interdetto e al suo posto venga installato il vice presidente Mike Pence. Non è così però fra gli h**d core degli elettori di Donald Trump.

Seguendo un po’ i giornali, emerge un ritratto di una America molto divisa. Ecco una cronaca dalla periferia di Oklahoma City. Sul giornale della regione, Oklahoman, Ben Felder racconta di quattro uomini che commentano come le tasse vengono sprecate su “un gruppo di burocrati incompetenti”.

John Mahon, costruttore in pensione, che lo scorso anno ha votato Trump ed è ancora oggi un suo convinto sostenitore, esprime la sua opinione sui primi mesi della presidenza. “Ha mantenuto le promesse e ciò che non ha fatto è solo perché è stato bloccato da giudici liberali”.

L’elogio di Mahon nei confronti del presidente ha suscitato delle vive reazioni di consenso di alcuni uomini vicini a lui, tra cui uno che ha gridato un “puoi dirlo forte” mentre batteva la mano sul tavolo facendo traballare le posate e i bicchieri pieni d’acqua.

Per questo gruppo di uomini in pensione, che non hanno parole gentili sui democratici o il governo federale, Trump ha scosso Washington D.C., in un modo che li fa sentire come se qualcuno che condivide la loro frustrazione se ne faccia carico, anche se il suo sforzo per concretizzare una lunga lista di risultati non è ancora ripagato.

Nei primi mesi in carica, l’agenda politica di Trump ha dovuto affrontare una serie di battute d’arresto. Il divieto d’ingresso negli Stati Uniti a immigrati provenienti da sette Paesi a maggioranza musulmana è stato bloccato per due volte dai tribunali; i tre ricorsi in appello contro l’Affordable Care Act (nome ufficiale della riforma sanitaria di Obama) sono rimasti vittime di uno stallo politico e, infine, il suo impegno a smantellare l’accordo nucleare iraniano, almeno per il momento e per sua scelta, è stato abbandonato.

La presidenza di Trump è ancora agli inizi e le aggressive promesse fatte nel corso della campagna elettorale si sono scontrate con la realtà di un sistema politico lento e fortemente fazioso, anche con il pieno controllo del Congresso Repubblicano.

Ma per i suoi sostenitori, i primi mesi della presidenza sono stati un “giro della vittoria”. Un riscontro viene dal Daily Beast, giornale on line molto anti Trump. Kimberly Dozier, commentando la richiesta di Trump agli alleati Nato di aumentare il contributo economico, ha scritto: “Per la sua base, invitare i Paesi NATO a versare il dovuto è un principio cardine della sua politica ‘America First'”.

Sul fronte opposto, US News & World Report fornisce un quadro ben diverso. A leggere le righe che seguono in trasparenza, è come vedere proiettato sul grande schermo oltre Atlantico il film del fallimento delle riforme di Matteo Renzi.

Donald Trump è arrivato a Washington con la ferma intenzione di combattere l’establishment. E l’establishment, ancora oggi, sta vincendo. Trump sta imparando una dolorosa lezione, insegnata a molti presidenti outsider: come non si può combattere la City Hall (Municipio di New York), così non si può smantellare la solida macchina di Washington. Il presidente può essere il leader del mondo libero e, sulla carta, l’uomo più potente della terra. Ma le istituzioni più longeve della capitale, come la carriera nella funzione pubblica, la burocrazia, i media e due uguali e concorrenti rami del governo, cospirano per tenere il presidente, chiunque sia, al posto suo. E, forse, minacciano addirittura di estrometterlo.

Trump “pensa di essere l’amministratore delegato del governo, di aver acquisito il potere legislativo e il resto del potere esecutivo come se fossero società interamente controllate dalla Casa Bianca”, osserva Sanley Collender un esperto di politica di Washington.

Quando era un magnate immobiliare, Trump poteva chiedere fedeltà ai dipendenti, ma come capo di un ampio governo federale, in gran parte occupato da persone dello staff in carriera e infarcito di opportunisti politici, nemici ideologici, la questione è diversa, commenta l’esperto.

Come amministratore delegato poteva assumere e licenziare a suo piacimento, ma ora è a capo di una forza lavoro federale di 2,8 milioni di persone nella pubblica amministrazione con un lavoro tutelato. All’epoca era un autentico magnate immobiliare che operava con contratti firmati, visibili e rivedibili dalle parti coinvolte.

Washington ha il “MemCon” (memorandum di conversazione), in cui una delle parti si siede e scrive una sintesi del discorso fatto. Washington, alla fine, è schiava della documentazione cartacea o ne crea scrupolosamente una, come sembra abbia fatto l’ex direttore dell’FBI James Comey, quando ha scritto il MemCon delle sue conversazioni con Trump tra cui, come ha riferito, quella in cui il Presidente gli chiede di chiudere le indagini su Michael Flynn, ex consigliere alla sicurezza nazionale.

Questi documenti degli agenti dell’FBI sono stati portati in giudizio come prove credibili e che, per l’amministrazione Trump e il presidente stesso potrebbero essere problematiche, visto che le indagini sul Russiagate vanno avanti.

Motivo di forte irritazione per Trump, sono stati anche i leaks, e sostiene che i leakers siano i veri trasgressori. Quanto può essere difficile controllare la fuga di notizie a Washington? A partire da febbraio, appena poche settimana dall’insediamento di Trump, il portavoce della Casa Bianca, Sean Spicer, era sconvolto per la fuga di notizie: ha convocato lo staff nel suo ufficio, chiesto di consegnare i loro cellulari e avvertito di ripercussioni se fosse stata rivelata la conversazione. La riunione fu immediatamente fatta trapelare al quotidiano Politico.

Anche i precedenti presidenti erano esasperati per la fuga di notizie e dai controlli istituzionale sulla presidenza. Bill Clinton, stanco di avvertire il Secret Service ogni volta che voleva allontanarsi dalla Casa Bianca senza il controllo della sicurezza, un giorno allacciò le sue scarpe da jogging e uscì per le strade di Washington costringendo immediatamente gli agenti a corrergli dietro.

Trump, senza alcuna esperienza politica, affronta un adattamento ancora più difficile, dicono gli esperti. “Nel business, la gente vuole vincere per l’affare, ma non vuole necessariamente distruggerti”, afferma Fisch. “E quando outsider come Trump arrivano a Washington determinati ad usare l’euristica sbagliata (adozione di un ipotesi di lavoro assunta come guida nel corso di una ricerca scientifica e alla metodologia che vi è connessa) vengono bloccati. Le persone si insediano provando a cambiare il mondo ma in certo senso non ascoltano poiché non riescono a vedere come funziona Washington”, conclude Fisch.

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