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Amanda Knox: su Netflix il documentario sulla favola nera del delitto di Perugia. TRAILER e critiche

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“Amanda Knox” su Netflix: dal 30 settembre è disponibile il documentario firmato da Brad McGinn e Rod Blackhurst, un lavoro che non ha come “focus” il delitto di Perugia, né il processo per l’omicidio di Meredith Kercher, ma come il delitto e il processo sono stati raccontati dai media, cioè dai giornali e dalle tv italiane, americane e inglesi. Il documentario ha come titolo e protagonista la persona su cui si è più scritto, che è stata più fotografata e ripresa: Amanda Knox, nata a Seattle il 9 luglio 1987, ventenne all’epoca dei fatti.

Su Amanda Knox, di cui vi mostriamo il trailer, ci sono gia le prime critiche: positive, come quella di Luca Dondoni, che su La Stampa scrive “Ho visto il film su Amanda Knox, ecco perché lo consiglio“:

Ho visto “Amanda Knox”, disponibile dal 30 settembre su Netflix e talmente crudo nel suo ricordare la realtà di ciò che accadde durante tutti gli otto anni del “caso Meredith Kercher” da lasciare senza fiato. Amanda Knox ovviamente centrale per tutto il racconto proprio all’inizio fa una dichiarazione secca, definitiva. «C’è chi dice che sono innocente e chi dice che sono colpevole. Se sono colpevole, sono la persona di cui ti devi spaventare, perché sono la meno ovvia. Sono una psicopatica travestita da agnellino. Ma se sono innocente, allora sono te».

Nel documentario, in cui vengono intervistati oltre alla Knox Raffaele Sollecito (che parla in un ottimo inglese), il corrispondente del Daily Mail Nick Pisa (che a dire di Dondoni non fa un’ottima figura) e il pm Giuliano Mignini, grande accusatore di Knox e Sollecito, i registi evidenziano come la storia del delitto avvenuto la notte di Halloween in via della Pergola, con protagonisti un’inglese “buona” (Kercher), un’americana “cattiva” (Knox), il suo fidanzatino “nerd” (Sollecito) e due “uomini neri” (l’incolpevole Patrick Lumumba e il colpevole Rudy Guede), sia stato raccontato per stereotipi ed archetipi propri della narrazione da giallo dozzinale, quando non da favola nera per spaventare i bambini:

(Viene da sgranare gli occhi e chiedersi se, per caso, ci si fosse persi qualcosa di tutti questi otto anni di processi, rimandi, accuse, galera, avvocati, migliaia di servizi sui tg nazionali come alla Cnn, procuratori, poliziotti, giornalisti ma basta aspettare; dopo l’ora e mezza di film, Amanda riprende la parola, occhi dritti alla telecamera: «Alla gente piacciono i mostri, li vuole vedere, proietta le proprie paure, vuole rassicurazioni che i cattivi non siano loro. Abbiamo tutti paura, per questo la gente diventa matta». […]

“Foxy Knoxy”, come i registi e autori dell’ottimo film/documento Brad McGinn e Rod Blackhurst, hanno più volte ricordato fosse stata chiamata la Knox (il realtà quel soprannome se lo era dato la stessa ragazza negli anni dell’adolescenza) è oggi una donna che ha sul volto tutti i segni di quegli otto anni di nebbia. Le immagini e le clip delle decine di sopralluoghi della Scientifica in via della Pergola a Perugia, il sangue di Meredith Kercher che riempie lo schermo e svuota lo stomaco, i personaggi che a vario titolo (sbagliando, calpestando, inquinando prove e reperti) sono entrati nella casa degli orrori sono orrore.

Questo prodotto firmato Netflix deve essere visto anche solo per guardare da vicino dentro la macchina della giustizia e di come le leggi, i processi, le indagini, gli articoli, le accuse e le assoluzioni siano comunque in mano a esseri umani senzienti e spesso fallibili. Una fallibilità che ha lasciato sul pavimento di una casa di Perugia una ragazza che, da quello che è emerso, è stata vittima di una rapina andata a finire male (l’unico colpevole è risultato essere Rudy Guede). Un omicidio diventato il palcoscenico mediatico sul quale si sono esibite le tante comparse e i pochi protagonisti di una commedia degli orrori che non ha avuto nemmeno il compito di intrattenerci. E’ stato solo orrore, in tutti i sensi.