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Firenze, voragine Lungarno colpa di un tubo del 1966…

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FIRENZE – Un tubo in ghisa sostituito dopo l’alluvione del 1966. Ovvero 50 anni fa e probabilmente non monitorato. E’ quello che potrebbe aver causato la voragine da 200 metri sul Lungarno di Firenze.

La rottura di un tubo dell’acquedotto è stato il colpo di grazia per il lungarno di Firenze ma non va escluso che le piogge dei giorni scorsi abbiano infiltrato i terreni al punto da innescare prima, lentamente, una situazione di rischio di cui non sono stati colti in tempo i segnali, e poi il brusco e rapido crollo di un fronte di quasi 200 metri. Questa una delle valutazioni dei geologi. Sul posto si è recata Alessandra Biserna, membro del Consiglio nazionale dei Geologi, che spiega: “Per il crollo del lungarno al momento la causa più accreditabile risulta la rottura di una tubatura dell’acquedotto ma non è da escludere che ci sia stata una eccessiva concentrazione di acqua nel terreno che ne ha poi causato il collasso”. Spiega La Stampa:

A quasi cinquant’anni un tubo di ghisa è vecchio al punto da rompersi così? «No», dice Francesco Laio, che insegna ingegneria dell’ambiente al Politecnico di Torino. «I cedimenti dei metalli sono rari e si verificano presto. L’invecchiamento della ghisa esiste ma non tale da compromettere le caratteristiche strutturali. Ci possono essere incrostazioni o perdite dai giunti, ma una rottura sarebbe sorprendente».Gli esperti concordano: non esiste una regola automatica che associa una certa età alla vetustà di una condotta. La ghisa può resistere anche alcuni decenni in più, ma ad alcune condizioni. Prima: verifica e, se possibile, limitazione delle sollecitazioni meccaniche, che patisce. Una condotta sotto una strada trafficata rischia molto di più. La seconda condizione è la manutenzione. E qui c’è l’altra voragine, fiorentina e nazionale, in un Paese che investe 1,8 miliardi l’anno nel sistema idrico, mentre ne servirebbero sei. Dice il professor Siccardi: «Cercare le perdite è un servizio molto utile e antico, ma sempre meno praticato. Di notte gli operai degli acquedotti non devono dormire, ma girare le città come rabdomanti, con un sensore che evidenzia dove ci sono perdite. Quando si trovano, si rompe la strada e si tappa il buco. Se non lo fai, ti ritrovi a intervenire con le auto sprofondate».

Non accadono spesso ma non sono neanche rari i casi di aperture improvvise di voragini avvenute nelle strade di Firenze in epoca recente. Il 20 marzo 2013, a circa mezzo chilometro dall’evento di martedì, si aprì un’altra voragine. Quella volta accadde tra piazza Poggi e lungarno Cellini, a maggior distanza dal Ponte Vecchio ma in linea col lungarno Torrigiani distrutto ora. L’asfalto cedette e inghiottì un furgone in sosta in un parcheggio. I tecnici comunali parlarono di caso unico nel genere e la spiegazione fu data per le piogge incessanti e per l’acqua che si riversò dalla collina soprastante per finire in Arno.

Nel 2009 – non in centro ma alla periferia nord, in viale Guidoni -, si aprì una maxi-voragine proprio a causa della rottura di un tubo dell’acqua. Viale Guidoni, una delle principali direttrici cittadine per lo scorrimento del traffico, con carreggiata molto ampia e più corsie, fu danneggiata al punto che si crearono code per giorni, in entrata e in uscita da Firenze Nord. Per riparare il danno occorsero 12 giorni. Non sono stati pochi, inoltre, gli sprofondamenti di pezzi di asfalto in occasioni di temporali, piogge e rotture meno importanti di tubi, anche se si parla di buche nell’asfalto, trattandosi di episodi ben più circoscritti rispetto a queste vicende più eclatanti in cui il terreno si è aperto in voragine. (Foto Twitter e Ansa).

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