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Jabel Al Bakr, terrorista suicida in cella. Come Ulrike Meinhof…

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LIPSIA – Suicidio di un terrorista terrorizzato? Omicidio? O semplicemente uno “scandalo” che si sarebbe potuto evitare? Sono molti gli interrogativi dietro al presunto suicidio di Jabel Al Bakr, il giovane siriano di 22 anni arrivato in Germania nel 2015 con lo status di profugo e arrestato domenica scorsa con l’accusa di progettare un attentato sul suolo tedesco nello stile di quelli di Bruxelles e Parigi.

Ogni suicidio in cella lascia degli interrogativi, e in Italia, dove le morti di arrestati nelle mani della forze dell’ordine non sono poi così rare, l’interrogativo si fa sentire ancora di più. E fa pensare ad uno dei più celebri e discussi suicidi-omicidi della storia contemporanea, anche questo avvenuto in Germania: quello della terrorista tedesca Ulrike Meinhof, esponente della Rote Armee Fraktion, gruppo rivoluzionario di estrema sinistra attivo in Germania dagli anni Settanta alla fine degli anni Novanta. Un suicidio mai chiarito, forse un omicidio di Stato.

Al momento le notizie sul controllo di Al Bakr sono contraddittorie: le autorità sostengono che fosse sotto vigilanza continua, alcuni giornali come la Bild scrivono che veniva monitorato ad intervalli non superiori ad un’ora.

L’avvocato di Al Bakr ha spiegato che le tendenze suicide del giovane erano anche state citate in un rapporto della polizia e che il suo assistito aveva già “rotto lampade e manipolato prese di corrente”. Il vicedirettore del carcere di Lipsia, ha detto ancora il legale, gli aveva assicurato che il giovane era tenuto in isolamento e “costantemente osservato”. Ed era in sciopero della fame: da domenica non aveva più bevuto né mangiato nulla, a parte un bicchiere d’acqua.

Al Bakr aveva accusato i connazionali che lo avevano fatto arrestare di complicità, ma le sue affermazioni sono tutte da verificare. Era sorvegliato speciale come Salah Abdeslam, l’unico terrorista sopravvissuto agli attentati di Parigi, che nella sua cella di massima sicurezza di Parigi continua a non parlare, tanto da aver portato i suoi avvocati a rinunciare al mandato.

I terroristi o presunti terroristi legati all’Isis hanno paura, questa è l’unica cosa lampante. O non parlano o si suicidano. Ma che un uomo trovato con un chilo e mezzo di esplosivo e con un passato di viaggi in Siria anche dopo aver ottenuto lo status di profugo sia stato lasciato “libero” di togliersi la vita in cella e di negare qualunque spiegazione alle autorità tedesche lascia spazio a più di un interrogativo. Se un uomo privato della libertà viene affidato a qualcuno, non è forse quel qualcuno responsabile della sua incolumità? Un suicidio che avviene in un carcere non è sotto la tutela e la responsabilità dello Stato? E se lo è, non è allora lo Stato responsabile della sua morte?


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