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YOUTUBE Bernardo Provenzano: Servizio Pubblico, ultima apparizione VIDEO

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PARMA – Nell’ultima apparizione video di Bernardo Provenzano morto mercoledì 13 luglio all’età di 83 anni, il boss ripreso dalle telecamere di sorveglianza del carcere appare irriconoscibile, malato e quasi incapace di a interloquire con la moglie. Il boss di Cosa Nostra viene ripreso dalle telecamere di sicurezza del carcere di Parma: il video con le sue parole venne pubblicato ne l maggio 2013 da Servizio Pubblico in un pezzo a firma Dina Lauricella. Guardando il filmato, la procura di Palermo aprì un’indagine per comprendere i tanti misteri che avvolgevano la detenzione del super Boss. Servizio Pubblico era venuto in possesso delle immagini esclusive e sollevava all’epoca alcuni interrogativi:

“È la prima volta, dal giorno della sua cattura, nell’aprile del 2006, che vediamo in video il boss Bernardo Provenzano. “Pigghiasti lignate?” chiede il figlio minore di Provenzano a colloquio col padre. “Lignate, sì. Dietro i reni…” risponde zu Binnu”.

“È guardando questi video registrati dal carcere di Parma che la procura di Palermo ha aperto un’indagine per fare luce sui tanti misteri che ancora una volta avvolgono il super Boss. Bernardo Provenzano ha davvero tentato il suicidio nel maggio 2012? Davvero, come riferiscono più fonti, il boss sarebbe stato prossimo a un’eventuale collaborazione? E, infine, qual è la dinamica delle numerose cadute registrate in cella nel corso dell’ultimo anno, in particolare l’ultima che l’ha ridotto in coma?”

“Le scorse settimane il legale della famiglia, l’avvocato Rosalba Di Gregorio, aveva chiesto la revoca del carcere duro, la sospensione dell’esecuzione della pena per motivi di salute, ma l’istanza è stata respinta. Il 27 maggio inizia il processo sulla trattativa Stato-mafia: degli 11 imputati rinviati a giudizio ne resteranno solo 10. L’undicesimo è proprio il boss Bernando Provenzano, secondo l’accusa il principale protagonista della trattativa, la cui posizione è stata stralciata in quanto ritenuto dal Gup Piergiorgio Morosini incapace di intendere e di volere”.

Il vero ruolo di Provenzano era stato già ricostruito da decine di collaboratori ma molti tratti della sua carriera criminale sono rimasti sempre in ombra. Il fatto certo è che era arrivato ai vertici della holding mafiosa imponendosi nelle file della cosca di Corleone e crescendo con l’amico d’infanzia Totò Riina all’ombra di Luciano Liggio. Per la determinazione con cui si muoveva si era guadagnato l’appellativo di “Binnu u tratturi”.

Sparava, secondo Liggio, “come un Dio” pur avendo un “cervello di gallina”. Per questo veniva utilizzato soprattutto per le operazioni più sanguinose. Da questa strada era arrivato in alto nel sistema di comando di Cosa nostra. Al fianco di Riina, da tutti consacrato come “capo dei capi”, gli era toccata la parte del secondo. E nella stagione delle stragi quella di comprimario. All’esterno la sua lealtà cementava l’immagine di compattezza di Cosa nostra. “Riina e Provenzano sono la stessa cosa” si diceva. In realtà esprimevano due diverse visioni del governo mafioso: irruento e sbrigativo Riina, accorto e riflessivo Provenzano.

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