Cinema

Carrie Fisher, la prima canna a 13 anni, poi Lsd e coca. E aiutò gli altri a uscirne

Carrie Fisher, la prima canna a 13 anni, poi Lsd e coca. E aiutò gli altri a uscirne

Carrie Fisher, la prima canna a 13 anni, poi Lsd e coca. E aiutò gli altri a uscirne

LOS ANGELES – Carrie Fisher si fece la prima canna a 13 anni, poi a 29 anni passò a Lsd e altre droghe pesanti, come la cocaina. Quando scoprirono che era bipolare, la riempirono di farmaci. Si assoggettò anche alla cura con elettroshock, che funzionò. Consapevole dei problemi della droga e dei limiti che le malattie mentali comportano, Carrie Fisher dedicò parte della sua vita per aiutare gli altri a starne fuori e a uscirne.

Quella di Carrie Fisher, morta a 60 anni di un colpo al cuore in aereo da Londra a Los Angeles, l’antivigilia di Natale, è stata una vita al massimo. Al massimo della leggenda dello showbitz fin dalla nascita: i genitori erano Debbie Reynolds, mitica attrice, cantante e ballerina americana, che le è sopravvissuta di un solo giorno, e e Eddie Fishercantante che segnò gli anni ’50 e invase i rotolachi per i 5 anni in cui fu sposato con Elizabeth Taylor (che era anche la migliore amica di Debbie Reynolds).

Poi arrivò il suo personale trionfo, a soli 19 anni, con la parte della principessa Leila in Star Wars. A parte il successo con Star Wars, Carrie Fisher lavorò duro per affermarsi anche con altri ruoli. Fu, ha scritto Kevin Fallon sul Daily Beast,

“Una superba attrice, ovviamente, con ruoli memorabili in The Blues Brothers, Hannah e le sue sorelle e Harry ti presento Sally”.

Ha detto: “Ho conosciuto il mal di cuore da celebrità“. Non avrebbe mai voluto avere successo:”Tutto ciò che ho fatto quando ero davvero famosa, era aspettare che finisse”. Nell’attesa, la droga. Aveva solo 13 anni quando ha iniziato a fumare marijuana ma successivamente sono arrivate le droghe pesanti, LSD e cocaina.

“Non ho mai potuto assumere alcol. Ho sempre detto che ero allergica all’alcol, che in realtà è una definizione di alcolismo: un’allergia del corpo e un’ossessione della mente”, raccontò nel 2013 all’Herald Tribune. “Non ho assunto altri tipi di droghe fino ai 20 anni. Poi, quando ne ho avuti 21 ho iniziato con l’LSD. Non amo la cocaina, ma volevo provare sensazioni diverse, avrei fatto qualsiasi cosa”.

Nel 1985, quando la Fisher aveva 29 anni, le fu diagnosticato un disturbo bipolare. Ha provato tutti i tipi di farmaci e le terapie per curare la depressione maniacale, assumendo droghe pesanti e farmaci per annullare i sintomi e sentirsi “normale”. Così per trovare sollievo, si è sottoposta all’elettroshock, cosa che stupì tutti ma la Fisher affermò che la somministrazione dell’impulso elettrico ricevuta era sicura e “Mi è piaciuto perché ha funzionato”. Lo ha fatto, però, lasciando un vuoto di memoria di quattro mesi.

Nel 1987, nel semi-autobiografico “Postcard from the Edge“, racconta l’uso di droghe, la depressione, il rapporto con la madre e nel 1990 fu poi trasformato in un film, “Cartoline dall’inferno”, con Meryl Streep e Shirley MacLaine. Il romanzo nasce da un sovradosaggio accidentale della Fisher, nel 1985, con una combinazione di farmaci e sonniferi, dopo mesi in cui l’attrice cercava di rimanere pulita. Alla domanda sul perché nel film non avesse recitato nel ruolo di Suzanne, rispose scherzando: “Sono già stata Suzanne”.

La carriera di scrittrice è stata segnata da alcuni romanzi, tra cui “Surrender in the Pink” and “Delusions of Grandma” e nelle memorie brutalmente sincere in “Wishful Drinking, Shockaholic” e “The Princess Diarist“, quest’ultimo lo stava promuovendo prima di morire. Quelle opere fecero notizia, infiammarono le pagine dei rotocalchi, come ad esempio la rivelazione in The Princess Diarist, che sul set del primo “Star Wars”, aveva avuto una relazione con Harrison Ford.

Oltre alla tresca con Ford, negli anni ’80 ebbe un matrimonio tumultuoso con Paul Simon e una relazione con l’agente Bryan Lourd, con il quale, prima che lui la lasciasse per un altro uomo, ebbe una figlia.
La Fisher ha sempre affrontato la vita con grande autoironia, una sorta di autoguarigione non solo per sé stessa ma anche per gli altri. E’ stata incommensurabilmente valida nel suo lavoro, ma più in generale, nella sua schietta esistenza, come attivista per le persone con dipendenze e che soffrivano di malattie mentali.

Due tematiche raramente trattate a Hollywood e non certo da persone della statura di Fisher. Ma è stato proprio grazie al suo impegno, all’onestà e soprattutto al senso dell’umorismo che sono state normalizzate, diventate un esempio con cui identificarsi e prese in seria considerazione.

Nel 2016, l’Harvard College ha consegnato alla Fisher il riconoscimento Outstanding Achievement Award in Umanesimo Culturale, con la seguente motivazione: “Il suo sincero attivismo e l’onestà sulla dipendenza, la malattia mentale e l’agnosticismo, hanno consentito di compiere progressi nel dibattito pubblico su queste tematiche, con creatività ed empatia”.

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