Cinema

“La settima vittima”, film sulle donne e i loro desideri rivalutato dopo 70 anni

LOS ANGELES – Nel 1943, l’omosessualità era ancora tabù. Ciò non impedì a Mark Robson di girare il film noir “La settima vittima”, pellicola a lungo dimenticata e che affronta il tema del desiderio femminile.

Nel 1943, a Hollywood le donne erano poco più che oggetti del desiderio; in uno dei film più iconici dell’anno, “L’ombra del dubbio” di Alfred Hitchcock, una ragazza riceve la visita di uno zio che porta doni a tutti ma che nasconde qualcosa di inquietante e infatti è un assassino e tenta di ucciderla per ben tre volte.

Poco conosciuto, “La settima vittima”, diretto da Mark Robson e prodotto da Val Lewton , è uscito lo stesso anno del classico di Hitchcock ma rappresenta le donne in modo radicalmente diverso. I personaggi femminili governano il proprio destino, tra loro hanno rapporti s******i e non temono di replicare agli uomini.

Il film ha come protagonista Mary, interpretata dalla sorprendente Kim Hunter, una giovane donna che viene a sapere che la sorella maggiore Jacqueline, interpretata da Jean Brooks, è scomparsa a New York. Al college annunciano a Mary che la sorella ha smesso di pagare la retta e la giovane, per avere risposte, decide di trasferirsi a New York.
Mentre sta per allontarsi dalla scuola, una delle insegnanti le consiglia:”Non tornare qui, a qualsiasi costo. In questo mondo, una donna deve avere il coraggio di vivere veramente”. E’ la prima di una serie di dichiarazioni apertamente femministe del film, mirate ad amplificare la forza femminile.

Quando al bar un uomo che sostiene di conoscere la sorte di Jacqueline, le ordina un bicchiere di latte Mary grida:“Non voglio che mi diano ordini. Non osare trattarmi come una bambina”. Lui risponde educatamente:”Prometto che ordinerò più nulla”.

Uno scambio di battute che nel 2017 non sembra troppo radicale ma nel 1943 era insolitamente coraggioso.
Mary scopre che l’attività di cosmesi è stata venduta a Jacqueline dall’amica Esther Redi (Mary Newton) ma nella migliore delle ipotesi, i motivi appaiono loschi. Dopo aver interrogato la parrucchiera Frances Fallon, interpretata da Isabel Jewell, su dove si trovi Jacqueline, Mary viene accompagnata in un appartamento sopra il ristorante della sorella, chiamato profeticamente Dante, e nel soggiorno ci sono soltanto un cappio e una sedia. Scopre che Jacqueline è coinvolta in una setta satanica ed è in fuga.

Paul Duncan, storico del cinema, afferma che il film è volutamente ambiguo. Nella “La settima vittima” si parla di ciò che è invisibile, su ciò che resta come non detto”. Ma perché Jacqueline vuole uccidersi? La donna ha recentemente sposato un avvocato, Gregory Ward interpretato da Hugh Beaumont, ma non vuole usare il suo cognome né vivere con lui in modo romantico.

Ward rivela a Maria, “C’è qualcosa di tua sorella di cui nessun uomo non può entrare in possesso”. Jacqueline è anche malata, fa visita regolarmente allo psichiatra Louis Judd, interpretato da Tom Conway, che riprende lo stesso personaggio sarcastico di Cat People, un capolavoro del 1942 che affronta la sessualità repressa.   Si scopre che Jacqueline è rimasta intrappolata in setta segreta, gli adepti la volevano morta, e il timore è che dietro tutto questo ci sia la mano dello psichiatra.

In uno dei primi incontri nella setta, la parrucchiera Francis, anche lei schiava dei satanisti, afferma di essere “innamorata” e che le piace avere “intimità” con Jacqueline.  In seguito, i satanisti catturano Jacqueline, cercano di costringerla a bere il veleno ma lei rifiuta di accettare, lo farà solo su richiesta di Francesca con la quale scambia teneri sguardi.

Il film non parla mai esplicitamente del loro rapporto s******e ma è chiara la reciproca intensità dei sentimenti. Quando Frances cambia idea e salva la vita di Jacqueline, distruggendo il bicchiere di veleno, urla: “Io non posso lasciarti morire. L’unica volta che sono stata felice è stata con te”.  Non è difficile capire che la loro storia autentica non poteva, all’epoca, essere espressa esplicitamente. Infatti Jacqueline sposa Ward ma non può convivere con questa decisione”, spiega Duncan che aggiunge:”Il satanismo è solo un diversivo, una falsa pista, dal vero dramma: essere lesbiche non era socialmente accettabile”.

Ne “La settima vittima”, c’è anche un’inquietante ossessione rispetto alla morte. Jacqueline vive accanto a una donna malata terminale, Mimi, e in una delle scene finali del film le due donne hanno una conversazione inquietante. “Sto morendo, ma stasera ho intenzione di andare a ridere e ballare”, dice Mimi, tra un colpo di tosse e l’altro. Jacqueline risponde:”Perché aspettare la morte se ho sempre voluto morire?”.
Mimi muore nell’appartamento di Jacqueline e nella scena successiva, si sente il rumore di qualcuno che dà calci a una sedia e che echeggiano nel corridoio.

Il film si chiude con una voce fuori campo che recita un sonetto di John Donne: “Corro verso la morte, e la morte con uguale passo mi viene incontro. Ogni mio piacere non è che un ieri”.  Jacqueline, incapace di sfuggire al controllo della setta prende dunque il controllo della sua vita impiccandosi. Ma nonostante la fine terribile, il suicidio è toccante e Val Lewton affermò che il messaggio principale era “la morte può essere un bene”.

Il film, all’epoca, fu ampiamente criticato. In particolare sul New York Times, il critico cinematografico Bosley scrisse: “Avrebbe avuto più senso se fosse stato girato al contrario”.  Ma il tempo ha fatto rivalutare la pellicola. “La settima vittima” è un piccolo capolavoro di auto-annientamento, in cui la società è più schiacciante dei satanisti”, afferma Duncan.

E’ stato solo nel 1960 con il film “La volpe” (1967), che il s***o lesbico è stato esplicitamente portato sul grande schermo. Eppure, “La settima vittima” ha avuto impatto su una generazione di registi dell’horror: nel film, c’è una scena in cui Maria è in pericolo sotto la doccia e quella di “Psycho” (1960) con Janet Leigh la ricorda in modo sorprendente e la trama della setta segreta satanica a Manhattan, condivide temi narrativi con “Rosemary’s Baby” (1968), il capolavoro di Roman Polanski.

Dopo 74 anni, “La settima vittima” è stato riscoperto da un pubblico più ampio, certamente più vasto di quello che ebbe negli anni ’40, e rivederlo potrebbe essere un’opportunità per apprezzare il suo messaggio: le tragiche, mortali conseguenze della repressione s******e.

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