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Regina Vittoria, un film su Abdul Karim: fu un servo indiano devoto o il suo Rasputin?

Regina Vittoria, un film su Abdul Karim: fu un servo indiano devoto o il suo Rasputin?

Regina Vittoria, un film su Abdul Karim: fu un servo indiano devoto o il suo Rasputin?

LONDRA – Servo indiano devoto o il Rasputin della Regina Vittoria? Abdul Karim portò una ventata di gioia e freschezza nella vita dell’anziana sovrana che regnò in Gran Bretagna dal 1837 fino alla sua morte. I cortigiani gelosi, a quanto pare disprezzavano la sua ipnotica influenza.  Ora un nuovo film solleva nuovamente la domanda su “Munshi”, maestro, così come la regina chiamava l’ultimo amore della sua vita nelle lettere a lui indirizzate.

A ridosso del ventesimo anniversario della morte di Diana, emergono intanto nuovi gossip sulla principessa di Galles. A quanto sembra, Lady Diana avrebbe voluto sposare il musulmano Dodi Fayed. Il nuovo film “Vittoria e Abdul” racconta invece la controversa, e scandalosa per l’epoca e il contesto, storia d’amore tra il servo indiano musulmano e la sovrana, spiega il Daily Mail.

La regina Vittoria aveva circa 70 anni quando Abdul Karima, giovane commesso 24enne di Agra, fu chiamato per servire al banchetto con il quale si celebrava il Golden Jubilee, i 50 anni di regno di Vittoria. Fu scelto dalla regina tra altri indiani, nel corso del banchetto a Osborne House, sull’isola di Wight, poiché alto, magro, bello. La successiva relazione è descritta nel film “Vittoria e Abdul”, che vede come protagonista Judi Dench, a 20 anni di distanza in cui ha ricoperto lo stesso ruolo in “Mrs. Brown” (La mia regina). Anche qui, si parla di una storia d’amore ma tra la sovrana e il guardacaccia scozzese John Brown.

Brown morì nel 1883 ed evidentemente aveva lasciato un vuoto nella vita di Vittoria che Abdul riuscì a colmare con entusiasmo. Non c’era rapporto fisico come tra Diana e Dodi, ma era comunque una forma d’amore. Inoltre, è stata l’eleganza e la bellezza di Abdul ad attirare l’ormai anziana regina. “Non era indifferente al bell’aspetto”, dice Michael Hunter, curatore di Osborne House. “Amava la compagnia di persone attraenti. John Brown colpiva per la sua virilità. Ma ammirava anche le belle donne, come ad esempio l’imperatrice francese Eugenia, famosa icona di moda e bellezza, di cui era grande amica”.

L’uomo che la Regina chiamava il suo amato “Munshi”, è diventato l’amore platonico negli ultimi anni della sua lunga vita. Ha persino firmato dei biglietti indirizzati a lui come “la tua amorosa madre”. Ma i veri figli di Vittoria e i cortigiani di spicco, lo disprezzavano. Lei lo considerava un saggio e fedele consigliere, gli altri solo un arrivista determinato ad arricchirsi. Erano motivati sia da un cocktail velenoso di sciocchezze, sia da pregiudizi razziali.

Ma non erano tutti solo ridicoli snob: nel film si parla in particolare dell’allora principe del Galles (interpretato da Eddie Izzard) un vendicativo sociopatico. Né il film, seppure immensamente divertente, racconta la verità su Abdul (interpretato dall’attore di Bollywood, Ali Fazal).

Munshi era lontano dal comportamento dolce e educato descritto nel film: pare che la sua crescente arroganza e l’ambizione abbiano turbato i domestici indiani e ancor più quelli inglesi “ammuffiti”, della famiglia reale. Ma ad agitarsi parecchio per la sua ascesa erano i cortigiani di spicco, tanto che coniarono una nuova parola: la Munshimania. I motivi della loro antipatia erano parecchi ed era ironico che Vittoria, nonostante il fascino per l’India, che governava, non avesse mai visitato il Paese.

Al posto di Osborne, per progettare una sala da pranzo riccamente ornata in stile indiano, nota come la sala Durbar e ancora maestosa in cui è stato girato gran parte del film, chiamò il padre di Rudyard Kipling, Lockwood. Per Vittoria, Munshi, ancor più della stanza Durbar, simboleggiava le qualità più intriganti dell’India. Nel 1889, lo nominò Munshi Hafiz Abdul Karim e gli affidò importanti mansioni di segreteria e ordinò che tutte le immagini precedenti di Munshi, che ricordavano le sue umili origini, venissero distrutte.

Abdul aveva sempre sostenuto che suo padre in India era un medico ma Sir James Reid, nel 1894 riferì che era una menzogna e che era invece un piccolo farmacista di una prigione. Quando si parlava di Munshi, Vittoria regina illuminata, era ciecamente ingenua e pare che sempre Reid abbia riferito alla sovrana che Abdul fosse malato di gonorrea. Ma nel frattempo Munshi era entrato definitivamente nelle grazie dell’anziana regina e la pressava per ottenere denaro e onori. E Vittoria lo ricompensò con delle camere nell’ala principale di Osborne, un cottage nella tenuta e un altro a Windsor. Nel salotto, aveva appeso due miniature: una di Abdul e l’altra di John Brown che ancora sono lì, a distanza di 120 anni. Ma il fedele Munshi riuscì a ottenere, nell’ultimo anno di vita della regina, anche un favoloso stipendio di 922 sterline, l’equivalente delle 113.000 odierne.

E’ meno chiaro ciò che Vittoria ottenne da Abdul. Quando Vittoria morì, il 22 gennaio 1901, per Abdul fu il giorno più triste: aveva perso un’amica, una confidente, una benefattrice e la sua protettrice. Quando il nuovo re Edoardo VII, a poche ore dal funerale della regina, chiese che tutta la corrispondenza epistolare venisse trovata e bruciata, Munshi era impotente. E fu un vero peccato perché andarono perduti tanti dettagli intimi storici importanti. Munshi fu rispedito in India, dove otto anni dopo morì a soli 46 anni.

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