Cinema

Venezia. Il New York Times stronca “Baaria” di Tornatore, per Galan “è una noia mortale”

Una scena del film "Baaria"

Una scena del film "Baaria"

Il New York Times attraverso la sua edizione internazionale, a firma di Roderick Conway Morris, stronca l’ultimo film di Tornatore “Baarìa”, in anteprima a Venezia.

Secondo quanto si legge dalle colonne dell'”International Herald Tribune”, “Baarìa” si è guadagnato l’apertura del festival di Venezia di quest’anno. Mario Monicelli nel 1959 fece “La Grande Guerra” un capolavoro che vinse il Leone d’Oro: anche questo film aprì il festival e venne mostrato al pubblico e alla stampa il giorno prima. “La Grande Guerra” è stato un film controverso per il suo tempo, ha infatti subito doversi tagli.

In occasione di questo festival, la versione originale è stata accuratamente restaurata per essere proiettata nella sua interezza per la prima volta da quando è stata originariamente presentata 50 anni fa.

Monicelli, a 94 anni, è un regista ben noto della commedia all’italiana: nel suo capolavoro in realtà c’è uno stato d’animo che oscilla tra commedia e tragedia in maniera sapientemente equilibrata: anche i personaggi minori offrono un ritratto memorabile. Le scene di battaglia sono straordinariamente convincenti e talvolta assumono l’aspetto di un cinegiornale d’epoca: al centro dell’attenzione c’è anche una coreografia che coinvolge migliaia di partecipanti con un’abilità eccezionale. Si può solo sperare che questa versione restaurata de “La grande guerra” otterrà la distribuzione internazionale che merita attraverso una versione in Dvd, anche se meriterebbe di essere proposta sul grande schermo.

Come nel film di Monicelli, anche Tornatore in “Baarìa” usa il dialetto, in questo caso il siciliano parlato nella città del regista, ossia Bagheria. Mentre “La grande guerra”  per la prima volta affrontava il tema della prima guerra mondiale,  “Baaria” sembra essere ispirato dalla visione della Sicilia offerta dai registi che precedentemente hanno raccontato l’isola.

La storia copre tre generazioni di una famiglia, dagli anni 20 agli anni 80: dal fascismo alla liberazione della Sicilia da parte degli Alleati, dall’attivismo politico del 1960 alla crescente prosperità degli anni 1970 e 1980. Nel film il tema centrale è la politica e soprattutto la politica post-seconda guerra mondiale in Sicilia: tuttavia, questo elemento non è stato adeguatamente affrontato. Le riprese sono durate 25 settimane: la saga è affollata di personaggi, ma nessuno di loro si realizza pienamente. Molti, come i mafiosi locali, sono delle caricature.

In “Amarcord”  del 1973, Fellini fece un ritratto di Rimini, la sua città natale, bizzarro e affettuoso, senza cadere nel facile folclore e sentimentalismo, come invece ha fatto Tornatore continuamente.

Una delle spiegazioni per l’origine del nome di Bagheria è che si tratta da “Bab el-gherid,” che in arabo significa la “porta del vento”. I spettatori più caritatevoli possono concludere che questo film da due ore e mezza è davvero poco più scaldare l’aria in una sala cinematografica.

Se queste sono le critiche del New York Times, anche in Italia non mancano le critiche a “Baaria” e a come questo vero e proprio colossal è stato finanziato. A lanciare l’accusa è il governatore del Veneto: «Mi hanno detto di essere diplomatico, Baaria è una noia mortale. A parte i tre minuti finali, spettacolari, non dice niente». Galan manda una frecciata molto precisa verso il suo collega governatore della Sicilia: «Quattro milioni di euro. Io non credo che nella mission di una Regione ci sia la produzione di film che entrano nel circuito commerciale. Noi, invece, un contributo l’abbiamo dato per un filmato storico sugli anni di piombo nella nostra regione. I soldi dei contribuenti li abbiamo spesi bene». Il progetto di cui parla Galan è stato finanziato per 48mila euro: il filmato è stato diretto da Silvia Bacci e verrà proiettato anche nelle scuole.

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