Blitz quotidiano
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Aborto impossibile, Europa: Italia discrimina non obiettori

ROMA – Le donne in Italia continuano a incontrare “notevoli difficoltà” nell’accesso ai servizi d’interruzione di gravidanza, nonostante quanto previsto dalla legge 194 sull’aborto. L’Italia viola quindi il loro diritto alla salute. Lo ha affermato il Consiglio d’Europa, pronunciandosi su un ricorso presentato dalla Cgil. Pronunciamento già avvenuto qualche mese fa ma che doveva attendere prima di essere pubblicizzato.

Inoltre, l’Italia discrimina medici e personale medico che non hanno optato per l’obiezione di coscienza in materia di aborto. Il Consiglio d’Europa ha accolto un ricorso della Cgil e sostenendo che questi sanitari sono vittime di “diversi tipi di svantaggi lavorativi diretti e indiretti”.

Il tweetbombing della Cgil. Legge 194: cosa dice Consiglio d’Europa su ricorso CGIL? CGIL non può dirlo. Governo rompa embargo!#GovernoLoSaMaNonLoDice’. E’ il tweet-bombing che il 3 marzo scorso aveva lanciato il segretario generale della Cgil Susanna Camusso.

Il tweet è riferito alla recente sentenza del Consiglio d’Europa in merito al ricorso Cgil, di 3 anni fa, sulla ”mancata applicazione” della Legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza.

La Cgil ha presentato il 17 gennaio 2013 il Reclamo collettivo al Comitato Europeo dei Diritti Sociali del Consiglio d’Europa, per far valere la ”violazione del diritto alla salute delle donne e dei diritti lavorativi dei medici non obiettori di coscienza determinata dall’elevato e crescente numero di medici obiettori di coscienza e dalla disorganizzazione degli ospedali e delle Regioni in materia di accesso all’interruzione volontaria di gravidanza (disciplinata dalla legge n. 194 del 1978)”.

Il Comitato Europeo ha pubblicato l’ordine dei propri lavori di ottobre 2015, in cui si comunica che rera stata adottata la decisione di merito sul Reclamo, che è stata notificata alla CGIL e al Governo italiano. Tale decisione non avrebbe potuto essere però resa pubblica prima della fine del periodo di embargo che impone di non rendere noto l’esito del giudizio per quattro mesi.