Blitz quotidiano
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Bruxelles, “io che ero lì il giorno prima degli attentati”

BRUXELLES – Ho lasciato Bruxelles 16 ore prima che venisse colpita dal terrorismo. I giornali e siti di tutto il mondo ci restituiscono le immagini dell’aeroporto Zaventem con i feriti, il sangue, i morti a terra, i corridoi pieni di un fiume di gente in fuga. Lunedì, così come i giorni precedenti, Bruxelles viveva un tranquillo tran tran nonostante l’allerta terrorismo fosse più alta, perché dopo l’arresto di Salah Abdeslam non si poteva escludere un’azione concertata come quella di martedì mattina. Esplosioni in aeroporto, spari, esplosioni nella metropolitana: non è un’azione che si organizza in poche ore, le autorità belghe dovranno fare i conti con un terrorismo che si è fatto comunità, una comunità sotterranea organizzata in modo militare, pronta a colpire all’occorrenza.

Alle 15 di lunedì 21 marzo all’aeroporto Zaventem mi è capitato di incrociare solo un paio di soldati con il mitra in mano. Passeggiavano tranquilli in quello che sembrava un turno di routine nell’aeroporto. I controlli erano più serrati: le valigie non venivano solo controllate sul nastro ma venivano aperte a campione. A me hanno controllato il bagaglio a mano e la borsa personale. “Posso aprire, signora?”, mi ha chiesto gentile l’addetto prima di aprire la borsa e una piccola trousse per i trucchi all’interno. “Dobbiamo controllare i liquidi”, ha spiegato. E’ la prassi ormai in quasi tutti gli aeroporti del mondo, qui forse un po’ più fiscale che altrove.

Nei negozi c’erano cartelli che, in fiammingo, francese e inglese, avvertivano gli acquirenti che per motivi di sicurezza non si potevano cambiare le merci acquistate. Quello che compri porti via, non puoi riportarlo, segno che il piano di sicurezza prevedeva, a ieri, che il pericolo potesse annidarsi anche in un paio di infradito comprate al volo in un negozio, come l’acquisto che ho fatto ieri.

Venerdì, appena 4 giorni prima di questi attentati, l’arresto di Salah. Il movimento di polizia e squadre speciali si è concentrato quasi tutto a Molenbeek, il quartiere arabo che ormai tutti abbiamo conosciuto dalle cronache dei giornali. Quella sera la Grande Place, la piazza simbolo di Bruxelles, era tranquilla, con il solito via vai di belgi, turisti, stranieri che affollano le istituzioni europee. Ho notato che la piazza, dalla quale partono una miriade di viuzze molto frequentate dai giovani il venerdì sera, era insolitamente sguarnita di militari e polizia.

Non era una serata normale, avevano appena arrestato il ricercato numero 1 per la stragi di Parigi e Bruxelles sembrava quasi indifferente, come se quel blitz fosse avvenuto altrove, non a un paio di chilometri dal centro. Ho avuto paura quella sera: ho pensato che se una, prevedibile, vendetta fosse scattata quella sera avrebbe colpito una città già arresa, già impotente. Ho passato 4 giorni dalle parti dell’avenue Louise, un quartiere elegante in cui abitano molti stranieri che lavorano presso le istituzioni europee. Qui la polizia era più presente, i militari a sorvegliare mitra alla mano quasi tutti i tanti palazzi sensibili della zona, anche nel week end.

Un paio di militari li ho incontrati anche nel quartiere africano di Matongè, una zona dove nell’arco di cento metri puoi anche essere l’unico con la pelle bianca. Non è raro ormai nelle grandi città, non solo belghe ovviamente, incontrare quartieri dove risiedono alcune specifiche comunità, e non può essere questo considerato a priori motivo di allarme o peggio di razzismo. Di certo in questa città ancora impreparata alle sfide del terrorismo globale si è incistata negli anni una sotto-comunità fatta di terroristi armati e preparati. Chi li ha armati? Chi li ha organizzati militarmente in modo da renderli capaci di azioni organizzate e concertate? Chi sono, dove si nascondono? Che fare se, come Salah, si tratta di belgi, nati in Belgio, con cittadinanza belga e quindi impossibili da espellere?

L’ultimo frammento di questi giorni in Belgio mi riporta sull’autostrada che collega Bruxelles a Bruges: un imponente cordone di polizia scortava un furgone, ho saputo poi che trasportavano Salah nel carcere di massima sicurezza di Bruges. Chiuso, al sicuro, i tg quel giorno riportavano tutti le parole del suo avvocato, un belga, che respingeva l’ipotesi dell’estradizione. Bruxelles sabato si è svegliata con una sensazione di sollievo, il “cattivo” consegnato alle autorità, si può riprendere la vita di prima. E’ durata poco.

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