Blitz quotidiano
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Mike Towell, pugile scozzese, muore a 25 anni: fatale un match

ROMA – Ancora una tragedia nel pugilato. Il 25enne scozzese Mike Towell è morto a Glasgow in ospedale, dove era stato ricoverato in seguito ai colpi subiti giovedì dal gallese Dale Evans in un match fra pesi welter. Atterrato già alla prima ripresa, e in evidente difficoltà, Towell ha portato avanti il match fino alla quinta, quando Evans lo ha steso ancora e l’arbitro Victor Loughlin ha sospeso il combattimento.

Subito trasportato in ospedale, Towell non si è più ripreso. Venerdì notte l’annuncio della morte da parte della fidanzata dello sfortunato pugile. Sei mesi fa Loughlin aveva diretto un altro match finito male: Chris Eubank e Nick Blackwell se l’erano date di santa ragione e quest’ultimo era stato colpito da emorragia cerebrale, da cui però è stato salvato in tempo.

La morte di Towell riapre una querelle antica sulla pericolosità della i questo sport che periodicamente è costretto a aggiornare la sua tragica lista di vittime. Si calcola che siano infatti oltre 500 i pugili che hanno perso la vita a causa dei colpi presi sul ring.

In Italia si ricorda il caso di Angelo Jacopucci nel 1978, il 30enne peso medio morì per edema cerebrale due giorni dopo il ko alla 12/a ripresa subito nell’europeo contro l’inglese Alan Minter. Nel 2008 il sudcoreano Choi Yo-sam, campione mondiale Wbo dei pesi piuma, morì dopo l’emorragia cerebrale intervenuta per i colpi ricevuti alla testa nel match di cui pure era stato dichiarato vincitore ai punti sul rivale indonesiano Heri Amol. Appartiene ormai alla storia invece la sorte del povero Ernie Schaaf, peso massimo americano, abbattuto da Primo Carnera, era il 1933 e il giovane italiano era agli esordi della carriera. Schaaf morì in ospedale poche ore dopo il match, e Carnera sconvolto decise di abbandonare la boxe.

Il gigante friulano tornò a combattere solo dopo che la madre di Schaaf gli scrisse che non lo riteneva responsabile della morte del figlio. Terribile l’episodio accaduto a Las Vegas nel 1982, quando il 21enne Ray ‘Boom Boom’ Mancini mandò al tappeto il 23enne coreano Duk Koo Kim. Pugni micidiali.

Il ragazzo morì, e la tragedia ne portò con sè altre, perchè la madre del giovane coreano si suicidò e così pure l’arbitro di quel disgraziato incontro. In seguito a quell’episodio si decise di ridurre da 15 a 12 le riprese di un incontro e di aumentare i controlli sanitari per gli atleti. Il pugile italoamericano andò in depressione e si salvò grazie alla fede religiosa, poi tornò sul ring e ebbe una bella carriera, ma non superò mai del tutto lo shock di quell’episodio. Vent’anni prima c’era stata un’altra morte eccellente sul ring, provocata dalla furia di Emile Griffith, il peso medio americano che diventerà rivale storico e poi amico di Nino Benvenuti. Il cubano Benny Kid Paret già in due precedenti incontri e in varie occasioni aveva sbeffeggiato Griffith per la sua omosessualità, lo chiamava maricon, frocio, mimava rapporti sessuali. Nel terzo incontro il giovanissimo Emile fece appello a tutte le sue forze e scatenò una gragnuola di colpi sul rivale, che morì pochi giorni dopo in ospedale senza riprendere conoscenza.


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