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Rouen: Adel Kermiche, uno degli attentatori, fu rilasciato perchè “pentito”

ROMA – Uno dei due attentatori della chiesa vicino Rouen si chiama Adel Kermiche ed è nato nel 1997. Finora indicato come A.K., sarebbe stato “folgorato” dopo la strage al settimanale satirico Charlie Hebdo e avrebbe tentato di unirsi alla jihad in Siria per due volte. Ma questa è solo una parte della storia. Perché l’attentatore, fino al 18 marzo scorso, era saldamente nelle mani dello Stato, detenuto a Parigi e assicurato alla giustizia. Adel Kermiche soffriva di disturbi psicologici. Il giudice l’ha messo a marzo in libertà vigilata perché si era dimostrato “pentito”. Emerso il nome del secondo terrorista: si chiamava Abdel Malik P. anche lui di 19 anni, residente nella Savoia, anche lui schedato dalla polizia francese.

Fino a quando non gli è stata riconosciuta una misura alternativa al carcere, domiciliari e braccialetto elettronico, la possibilità di uscire durante la settimana tra le 8 e 30 e le 12 e 30 senza la sciare il dipartimento. Di martedì, tra le 8 e 30 e le 12 e 30, Adel Kermiche partecipava allo sgozzamento in chiesa a Saint-Etienne-du-Rouvray. Il quotidiano Le Monde ha ricostruito i passaggi che hanno condotto alla fatale liberazione di quello che fino a ieri era considerato solo un potenziale pericolo, un aspirante terrorista. Sottoposto a controllo giudiziario a marzo 2015 dopo un tentativo di raggiungere la Siria agli ordini del Califfato, fu imprigionato due mesi dopo quando ci ha riprovato.

A questo punto il detenuto Kermiche, una storia di disagio psichico registrato già quando aveva 6 anni e ricoveri sistematici in strutture psichiatriche, divide la cella con un saudita e un giovane francese che si era unito allo Stato Islamico. Vive male la sua detenzione, al punto che un ragguaglio conoscitivo sulle sue condizioni viene istruito in ottobre. A febbraio 2016 le conclusioni della giudice che rivede la posizione del detenuto.

A nulla valgono le controdeduzioni del pubblico ministero che sostiene l’accusa: c’è il pericolo che reiteri il reato, deve restare dentro. Invece viene scarcerato con le modalità che sappiamo. La giudice, che vuole credere a un avvenire possibile per questo giovane turbato, motiva l’ordinanza sulla base di varie circostanze, per cui il giovane avrebbe “preso coscienza dei suoi errori”, ha avuto “idee suicide in carcere”, sarebbe “determinato a iniziare i passi necessari a una maggiore integrazione”, la sua famiglia è disposta a garantire “inquadramento” e “custodia”. Il giudice istruttore ne ha preso atto e spalancato le porte del carcere.

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