Cronaca Europa

Spazio: due mesi a letto pagati 16mila euro. Offerta lavoro, ma non è una pacchia

Spazio: due mesi a letto, 16mila euro. Ma non è una pacchia

Spazio: due mesi a letto, 16mila euro. Ma non è una pacchia (foto Ansa)

ROMA –Spazio, per lo studio di cosa accade all’uomo nello spazio arriva un’offerta di lavoro : sedicimila euro per stare due mesi a letto, sessanta giorni in orizzontale per simulare la microgravità. L’offerta confezionata dall’istituto di medicina spaziale di Tolosa, bisognoso di studiare gli effetti sul corpo umano dei viaggi nello spazio, ha spopolato sul web e fatto il giro dei media facendo gongolare pigri e comprensibilmente stressati di mezzo mondo. Si cercano 24 maschi (perché solo maschi?) tra i 24 e i 45 anni con massa corporea tra 22 e 27 e via a candidarsi e offrirsi. Ma sedicimila euro per non far nulla non sono una festa, una pacchia, ma una delle due facce di una medaglia che dall’altra parte nasconde problemi di salute e non solo. Stare per due mesi abbondanti sempre almeno con una spalla poggiata sul letto e mai un passo neanche per una pipì…

“Due mesi strapagati tra le lenzuola per recuperare secoli di sonno e di libri arretrati, ascoltare musica, guardare film e partite, meditare sui massimi sistemi piluccando cibo da sdraiati come gli antichi romani, amoreggiare – scrive Massimo Gramellini sul Corriere della Sera che pur mette in guardia ‘dal vendere l’anima al primo materasso’ -. E la meraviglia suprema di non dovere mai scendere dal letto per occuparsi del pupo che piange e del rubinetto che perde, per andare a scuola e al lavoro, per inseguire scocciatori e scocciature”.

E tutti noi, a primo impatto, leggendo della singolare offerta di lavoro abbiamo pensato: “Magari…”. Magari potessimo staccare per due mesi dai problemi di tutti giorni, dall’ufficio, dalle bollette, dai figli da accompagnare, dagli esami e via elencando. Sui social si sono sprecati i post all’insegna dei vari ‘eccomi’, ‘sono io il vostro uomo’, ‘dove si deve firmare’. Come tutte le cose però anche quest’opportunità insieme ai pro, porta in dote dei contro. Contro snobbati dal cosiddetto ‘mainstream’ che ha decisamente puntato sull’aspetto della ghiotta occasione. Occasione che però, ad approfondire, non è poi cosi ghiotta. Intanto perché i sedicimila euro saranno pagati in quattro anni (lo dice chiaramente il bando consultabile on-line), e poi perché il ‘lavoro’ non dura sessanta giorni ma ottantotto “di ospedalizzazione”. Ma non è questo che rende meno ghiotta la cosa quanto le conseguenze che la accompagnano.

“Il 2 dicembre mi sono svegliato e, per la prima volta dopo 70 giorni, mi sono alzato e ho poggiato i piedi per terra – ha raccontato nel 2015 Andrew Iwanicki al termine di un esperimento analogo commissionato dalla Nasa -. O almeno ci ho provato. Le infermiere mi hanno trasportato con una sedia a rotelle su un letto che sarebbe poi stato inclinato poco a poco, con gli strumenti per misurare la pressione attaccati alle dita e alle braccia e una macchina a ultrasuoni puntata al cuore. Con il tono di incoraggiamento con cui ci si rivolge a un neonato che sta imparando a camminare mi hanno detto di provare a stare in piedi per 15 minuti. Non appena il letto è stato messo in posizione verticale, mi sono sentito le gambe pesanti come non mai. Il cuore ha raggiunto i 150 battiti al minuto. Avevo prurito ovunque ed ero sudato fradicio. Il sangue mi è sceso alle gambe, irrorando le vene che durante i mesi passati a letto si erano fatte sempre più elastiche. Pensavo di svenire. Fin dall’inizio rimanere in piedi era incredibilmente difficile, ed era sempre peggio. All’ottavo minuto, il mio battito cardiaco si era abbassato a 70 BPM: il mio corpo stava collassando. Mentre cominciava a offuscarmisi la vista, lo staff medico ha visto i miei valori crollare e ha immediatamente rimesso il letto in posizione orizzontale. Solo più tardi mi è stato comunicato che nessuno di quelli che hanno partecipato all’esperimento è riuscito a stare in piedi per tutti e 15 i minuti”.

Nonostante questo racconto Andrew si è detto poi disposto a rifare simili esperienze. E la scienza e tutti noi gliene siamo grati. Resta però che le conseguenze di questi esperimenti sono tutt’altro che leggere e vanno valutate prima di inviare, magari alla leggera, la propria candidatura. “In condizioni simili le conseguenze riguardano soprattutto l’apparato osseo, quello muscolare e il sistema cardiocircolatorio”, spiega Paola Verde, medico spaziale e ufficiale dell’Aeronautica militare. “I muscoli dei volontari lentamente tenderanno ad atrofizzarsi, a ridursi, non essendo più irrorati adeguatamente e stimolati dal movimento e dalla forza di gravità che devono contrastare”. Inoltre “la struttura ossea si demineralizza innescando un processo di osteoporosi, di indebolimento che accresce la fragilità ponendo a rischio il soggetto quando si alza”. Il sistema cardiocircolatorio infine, ne risentirà perché appesantito dai “liquidi del corpo che tendono a distribuirsi diversamente salendo verso la testa invece che scendere nelle gambe. Di conseguenza può manifestarsi tachicardia, problemi di abbassamento della pressione e, quando ci si rialza, svenimenti”. “Quando, poi, si riconquista la posizione normale alle fine dell’esperienza c’è qualche altra anomalia – aggiunge la dottoressa Verde -. Ad esempio i recettori della pianta dei piedi non riconoscono più le condizioni del passato e inviano segnali errati che traggono in inganno nella deambulazione». Agli astronauti, infatti, sono richiesti in media due mesi di riabilitazione dopo una missione spaziale. E più lunga è la missione più estesa diventa la riabilitazione”.

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