Cronaca Europa

Tom Cullen, eroe della Raf, a 100 anni racconta la fuga dai campi nazisti

Tom Cullen, eroe della Raf, a 100 anni racconta la fuga dai campi nazisti

TORUN – Tom Cullen, 100 anni ed eroe della RAF racconta per la prima volta la rocambolesca fuga da un campo di prigionia nazista, in cui fu costretto ad attraversare in punta di piedi un lago ghiacciato, scalato un recinto di filo spinato e nascosto per 36 ore al buio di una stiva, sempre sfidando la morte.

La stessa famiglia di Cullen, medico nella RAF, fino a pochi anni fa non sapeva della sua fuga verso la libertà dallo Stalag XXA vicino a Torun, Polonia; ora, a ridosso del 100° compleanno, Cullen ha voluto rendere pubblica la sua storia.

Il centenario, che vive nei pressi di Colchester, Essex, afferma che era suo dovere scappare poiché non sapeva quando “sarebbe finita la guerra e erano a conoscenza di polacchi che ci avrebbero aiutato a scappare dal Paese”, racconta Cullen.

“Sono fuggito, sapendo che i tedeschi probabilmente avrebbero sparato a vista, cosa che a volte hanno fatto”.
Cullen nel 1944 è riuscito miracolosamente a scappare dal campo, in cui era prigioniero dal ’41 dopo esser stato catturato a Malene, Creta, nel corso dei combattimenti.

Dopo la battaglia di Stalingrado, capì che il vento stava cambiando e insieme all’ufficiale dell’esercito John Grieg, studiarono un piano con gli addetti della Croce Rossa per fuggire.

Dopo settimane di pianificazione, alcune persone del campo procurarono ai due uomini dei vestiti per fingersi polacchi.

Attraversarono un lago ghiacciato con estrema cautela e scalato una recinzione di filo spinato alta due metri; riuscirono a oltrepassarla e nascosti in un cespuglio sulla strada, aspettarono che un camion venisse a prenderli, spiega il Daily Mail.

Il veicolo arrivò e furono accompagnati sulla costa. “Siamo rimasti in una fattoria a Gydnia, vicino a Danzica, nell’attesa di una nave adatta e poi andammo in città con una persona”, ricorda Cullen.

“Abbiamo preso un autobus, seduti nella parte posteriore, cercando di non parlare con nessuno”. “Arrivati sulle banchine del molo, l’uomo ci ha dato una pala dicendo che sulla nave c’era da spalare il carbone”.

Cullen e l’ufficiale rimasero nascosti nella stiva per 36 ore, al buio e senza servizi igienici e solo dopo aver bussato alla botola, l’equipaggio dette loro il sostentamento necessario ma il capitano non era al corrente dei due clandestini, ne sarebbe rimasto sconvolto.

Dopo tre giorni di viaggio estenuante, arrivarono a Malmo, in Svezia neutrale, furono consegnati alla polizia, poi all’ambasciatore britannico che li fece rientrare in Gran Bretagna.

Sorprendentemente, Cullen non ha mai più rivisto il suo compagno di fuga e afferma che “a parte l’evasione non avevamo molto in comune”.

Dopo esser stato catturato dai paracadutisti tedeschi, si prese cura di oltre 1.000 feriti e per questo, ha ricevuto la prestigiosa onorificenza militare MBE, Member British Empire, per “la dedizione al dovere e il coraggio di altissimo valore”.

Tornato in Gran Bretagna, Cullen fu mandato alla RAF Hilton fino alla smobilitazione e lì incontrò la moglie Catherine, scomparsa nel 2006.

Il medico chirurgo che ha 4 figli, 11 nipoti e 11 pronipoti, “quando parla della sua storia, la ricorda come si trattasse di un fine settimana noioso e non di una fuga da un campo di prigionia”, afferma il figlio Richard.

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