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“A Mantova c’è la ‘ndrangheta”: parola del procuratore

MANTOVA – “A Mantova c’è la ‘ndrangheta“: a dirlo è il procuratore generale Pier Luigi Dell’Osso, intervistato da Gabriele De Stefano per la Gazzetta di Mantova commentando l’assoluzione di Antonio Muto, imprenditore per vent’anni sulla scena cittadina, tra il boom edilizio dell’hinterland e il piano Lagocastello, spiega De Stefano, che sottolinea come le condanne di Francesco Lamanna, Alfonso Martino e Paolo Signifredi significano che il giudice ha riconosciuto l’esistenza di una ’ndrina attiva nella Grande Mantova.

“Abbiamo avuto il riconoscimento dell’esistenza e dell’operatività di un’associazione di stampo mafioso nella vostra città. È il primo e serissimo dato e di questo scenario io credo che tutta la comunità debba essere consapevole: non abbiamo più solo le dichiarazioni generiche del sottoscritto quando si inaugura l’anno giudiziario, ora abbiamo nomi, cognomi e circostanze precise”, ha spiegato il procuratore Dell’Osso alla Gazzetta di Mantova. Ecco l’intervista di De Stefano.

L’impianto accusatorio ha retto, ma Antonio Muto, che i sostituti procuratori Paolo Savio e Claudia Moregola hanno definito l’anello di congiunzione tra politica, banche e ’ndrangheta, è stato assolto.

«Innanzi tutto va tenuto presente che la posizione di Muto è cambiata dopo che il gip, con una decisione per noi insoddisfacente, ha separato il processo in due, spostando il caso Lagocastello a Roma dove, lo ricordo, ci sarà un processo distinto da quello che si è chiuso giovedì. Spezzando in due, si è persa la visione d’insieme del ruolo dell’imputato di cui lei mi chiede: non credo sia un caso che la sua sia stata l’unica assoluzione. E questo nonostante il gip, con il rinvio a giudizio, avesse affermato che l’impianto accusatorio anche in questo caso era di sostanza. Altrimenti avrebbe archiviato».

Lei pensa che ci sarà un processo di secondo grado per Muto?

«Dovremo leggere bene le motivazioni della sentenza, perché non si fanno ricorsi a prescindere. Dovremo valutare attentamente. Detto questo, la bontà del lavoro d’inchiesta, la tenuta delle accuse fino al rinvio a giudizio e la partita ancora da giocare a Roma mi fanno ritenere prevedibile che si arriverà all’impugnazione da parte dell’accusa».

L’unico imputato ad avere ricevuto una condanna superiore alla richiesta dell’accusa è stato il pentito Paolo Signifredi. Che spiegazione si è dato?

«Non ritengo troppo importante che una condanna superi la richiesta dei pm. Mi sembra più rilevante che a Signifredi sia stata concessa l’attenuante riconosciuta ai pentiti e infatti la pena che gli è stata comminata è ben inferiore rispetto a quelle che sono state date a Martino e Lamanna: tre anni in meno, sei contro nove».

In passato lei si è più volte esposto sulle infiltrazioni ’ndranghetiste a Viadana, ma finora non risultano inchieste aperte oltre, naturalmente, all’estensione di Aemilia in quella zona.

«Il Comune di Brescello sciolto per mafia è a due passi, possiamo pensare che la ’ndrangheta si fermi cento metri più in qua o più in là? Posso dirle che stiamo lavorando molto in quella zona e che ci si deve aspettare di tutto, come in tutto il nostro distretto del resto. Gli sforzi e i risultati saranno significativi e spiegheranno tante cose. In questo senso la nascita della nostra direzione investigativa antimafia si sta rivelando decisiva. Anche nell’andare ad aggredire e sequestrare i patrimoni illeciti, vero motore delle organizzazioni mafiose: bloccarli significa inibire pagamenti e potere».


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