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“Amanda Knox può essere estradata”: parola di esperto Usa diritto internazionale

NEW YORK  - “L’estradizione di Amanda Knox è assolutamente possibile”. A sostenerlo è l’avvocato Christopher Blakesley, uno dei massimi esperti di diritto penale internazionale negli Stati Uniti. La studentessa di Seattle, condannata a 28 anni e sei mesi di carcere dalla Corte di Assise d’Appello di Firenze per l’omicidio di Meredith Kercher, andrà certamente incontro ad una lunga battaglia legale per non essere spedita nuovamente in carcere in Italia. Ma secondo uno dei massimi esperti americani l’ipotesi non è poi così remota.

Il professor Blakesley, docente all’University of Nevada, a Las Vegas, e alla William S.Boyd School of Law, lo ha detto in un’intervista all’Ansa. Rispondendo alle domande di Valeria Robecco l’esperto ha spiegato come secondo il Trattato bilaterale sull’estradizione in vigore tra Italia e Stati Uniti dal 1984 “il dovere degli Usa è quello di concedere l’estradizione”. Secondo l’avvocato, infatti, i Trattati internazionali sono considerati prevalenti dalla stessa Costituzione americana.

“Tuttavia – spiega il legale – ci sono dei casi di protezione previsti dalla Carta dei padri fondatori, eccezioni in base alle quali si creerebbe un contenzioso presso la Corte federale che dovrebbe effettuare una doppia valutazione: da una parte verificare la sussistenza di queste fattispecie, e dall’altra decidere se considerarle prevalenti sul Trattato”.

Tra questi c’è il cosiddetto double jeopardy, la norma costituzionale per cui in America una persona assolta non può essere processata una seconda volta sulla base delle stesse accuse: norma grazie alla quale, secondo diversi osservatori, Amanda potrebbe non essere estradata. Ma per Blakesley “secondo il sistema giudiziario italiano nel caso di Amanda non sono stati effettuati due processi, ma si tratta di due fasi dello stesso processo”. E per questo non sarebbe applicabile il principio del double jeopardy.

“Abbiamo firmato il Trattato sapendo cosa prevede il sistema giudiziario italiano, e quindi ci siamo adeguati ai suoi standard legislativi”, aggiunge l’esperto. L’ultima parola spetta, in ogni caso, al Dipartimento di Stato americano: il capo della diplomazia Usa può infatti esercitare un diritto di veto, negando l’estradizione. Si tratta di un potere politico del segretario di Stato, che tuttavia – spiega Blakesley – viene esercitato molto di rado.

Il rischio è infatti quello di innescare un meccanismo diplomatico e politico molto delicato: “Prendere la decisione di non concedere l’estradizione può creare tensioni nei rapporti con l’altro Paese”, conclude l’esperto che ipotizza “un confronto tra il segretario di Stato e il ministro degli esteri italiano per discutere la situazione”.


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