Cronaca Italia

Anita Fallani molestata sul tram: “Quante volte dovremo sentirci ‘fortunate’ per non essere state violentate”

Anita Fallani molestata sul tram: "Quante volte dovremo sentirci ''fortunate'' per non essere state violentate"

Anita Fallani molestata sul tram: “Quante volte dovremo sentirci ”fortunate” per non essere state violentate”

MILANO – Quante donne la sera, dopo un’uscita con le amiche, tornano a casa sui mezzi pubblici e hanno paura? Quante sono state seguite o molestate almeno una volta nella vita? Quanto si sono considerate fortunate per non essere state violentate, per averla scampata? Anita Fallani è una di loro. Ma le donne che hanno vissuto tutto questo sono, o meglio si dovrebbe dire siamo, tantissime.

Anita, 18 anni, è la figlia del sindaco di Scandicci (Firenze), Sandro Fallani, oltre ad essere una giovane donna politicamente e civilmente attiva. E’ stata lei stessa a raccontare quanto le è accaduto una notte d’agosto nel tratto di strada che collega Firenze a Scandicci. 

“01.35 del 13 Agosto 2017. Un sabato sera qualsiasi di un agosto tiepido, scrive su Facebook. Una serata con un’amica, un gin tonic, quattro chiacchere. Mi avvio a casa, stanca, con i piedi doloranti e la voglia di dormire. Arrivo alla fermata della tramvia. Mi vedi e pensi che sia il caso di iniziare a importunarmi. Io non ti ho mai visto, non ho idea di chi tu sia, ma non ti frena: ”Buonasera signorina, come stai?”, ”Come ti chiami? Perché non rispondi?”. Opto per l’ignoranza con la speranza che la finisca presto. Salgo sul tram, infilo le cuffie, non accendo la musica perché ho il telefono scarico, è solo un diversivo che mi aiuta a pensare che magari la smette prima. Niente da fare. Continua imperterrito. Finalmente la fermata, scendo io e scende lui. Mi viene da piangere, mi sento sola e non so che fare. Con il 10% di carica che mi rimane fingo di chiamare qualcuno che assomiglia a un mio ipotetico fidanzato. Neanche questo gli basta, ”Dove vai? Esci con me?”. Mi segue. Inizio ad avere seriamente paura”.

A quel punto Anita sceglie di allungare la strada sperando di seminarlo. Accelera il passo e arriva al portone di casa.

“Infilo le chiavi nella toppa. Sono a casa, e sono salva. Adesso piango davvero ma cerco di non far rumore per non svegliare nessuno. Mi infilo nel letto come sempre, ho il volto rigato e le vertigini di un pericolo scampato. Dura poco la mia fragilità, diventa subito profonda rabbia e vi penso tutte, madri, sorelle, amiche, vi sento vicine nel destino come non mai. Mi chiedo perché non ho la stessa libertà di un mio coetaneo maschio di tornare a casa all’ora che mi pare senza avere il timore di non arrivarci. Mi bruciano le mani all’idea che la mia è una storia come tante, che non c’è niente di straordinario, non è un’eccezione, ma una delle tante cose che compongono la nostra vita, in via del tutto normale (…). Mi chiedo quante volte ancora dovremmo sentirci ”fortunate” per non essere state violentate. Come se infondo questa, non possa già essere definita tale”.

In chiusura del suo post Anita cita anche alcuni dati Istat del 2015:

“In Italia sono 6 milioni e 788 mila le donne che hanno subìto violenza nel corso della propria vita (fisica o s******e, senza includere quelle psicologiche). Le vittime di terrorismo da quando esiste il fenomeno dell’ ISIS sono 322. Allora, le vittime sono vittime e io non sono qui a fare confronti, ma forse è il caso di pensare che esistono violenze silenziose come questa ancora più radicate e pericolose che producono molti più danni di quei fenomeni che riempiono i giornali ogni giorno, su cui la politica si divide, tralasciando le battaglie più importanti di cui nessuno si preoccupa”.

Il suo post è stato condiviso da moltissime persone, ripresa da diversi quotidiani e tanti sono stati i messaggi di solidarietà che Anita ha ricevuto. Del resto, tutte le donne (come la maggior parte dei padri di figlie femmine) sanno benissimo che ci sono cose che i maschi, ragazzi o uomini che siano, possono fare, mentre le donne no. Rientrare a casa la sera sui mezzi pubblici è una di queste. Se lo si fa, a proprio rischio e pericolo. E il rischio, tra l’altro, comprende anche la possibilità che, se mai dovesse accadere qualcosa, si dica che quella donna “se l’è cercata”.

 

 

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