Cronaca Italia

Antonio Mancini: “Potremmo aiutare i servizi contro Isis”

Antonio Mancini: "Potremmo aiutare i servizi contro Isis"

Antonio Mancini, ex Banda della Magliana

ROMA – Tornano a parlare gli ex boss della banda della Magliana. “Ho una taglia sulla testa, appena metto piede a Roma mi ammazzano. Sono un morto che cammina”, ha detto al Fatto Quotidiano Maurizio Abbatino, soprannominato il ‘Crispino’ nella vita reale e il ‘Freddo’ nel libro ‘Romanzo Criminale’ di De Cataldo trasformato da cui sono stati tratti un film e una serie tv, che è appena uscito dal programma protezione.

Abbatino non esita a fare quel nome tanto temuto a Roma: “Qualche scemo sarebbe disposto ad uccidermi solo per prestigio criminale”, perché a volerlo morto è:

“Massimo Carminati, ma non solo lui. Nel corso del tempo ho ricevuto molti segnali. Carminati sicuramente è uno di quelli, poi ci sono gli apparati deviati”. E proprio su Carminati dice: “Era freddo, lucido. Il più freddo e lucido di noi. E quello con più potere di attrazione. A ogni assoluzione il potere di Carminati è cresciuto. Ha avuto la fortuna di godere di protezioni dall’alto e di essere imputato nell’omicidio del giornalista Mino Pecorelli insieme a Giulio Andreotti”.

Abbatino spiega anche perché, alla fine, decise di collaborare con la giustizia perché dopo 6 anni di latitanza in Sudamerica il suo nascondiglio era stato rivelato con una telefonata anonima:

“Non ero più protetto – risponde Abbatino ad una domanda specifica -. E poi avevano ammazzato mio fratello, lo avrebbero fatto anche con me. Lo faranno, visto che lo Stato mi ha lasciato senza protezione. E le parla uno che ha un senso di rispetto per la giustizia. Ho collaborato proprio perché non avvenisse più niente di tutto quello che fu. Roma era il Far West”.

Ma nella sua collaborazione Abbatino non ha detto proprio tutto tutto:

“A un certo punto mi sono fermato fino al punto in cui avevo le prove. Oltre non sono andato. Non potevo. Ma la storia della banda della Magliana è molto più complessa. E c’entra molto di più con la P2 rispetto a quanto è emerso. Lei tenga conto che ogni tanto il generale Santovito, l’ex capo del Sismi, mi faceva arrivare i saluti. Io non l’avevo neanche mai conosciuto”.

“A un certo punto, – spiega ancora ‘Crispino’ – non so se per la nostra capacità di uccidere e il controllo del territorio, ma eravamo rispettati dai poteri deviati e da una certa politica, allora molto influente. E se Mafia Capitale, come è stata ribattezzata, è emersa quando ormai tutti sapevano e non potevano fare a meno che esplodesse lo scandalo, qualcuno li aveva coperti. Carminati sapeva benissimo che lo avrebbero arrestato”.

Ha parlato anche Antonio Mancini, detto Accattone che, intervenendo su Radio Cusano Campus, ha risposto indirettamente al suo ex compagno di avventure criminali:

“Abbatino dice che è un morto che cammina? Ma vorrei chiedergli quando mai noi abbiamo camminato da vivi. Se qualcuno dovesse farlo fuori non me la prenderei né con Carminati né con altri, ma con chi lo ha abbandonato. Ad ucciderlo sarebbe lo Stato, nessun altro”.

E perciò, secondo Mancini, tanto vale che Abbatino dica tutto ciò che sa:

“Deve smetterla di dire e non dire. O dice o non dice. Deve fare i nomi. Non è che se ora non fa i nomi diventa di nuovo il freddo. Ormai infame è e infame rimane. Detto tra noi, gli dico, ‘Nun piagnucolà Abbatì. I magistrati dovrebbero incalzarlo, ora. Farsi dire ciò che lui non vuole dire, ma promettergli comunque qualche cosa, protezione almeno”.

La stessa cosa dovrebbero fare i servizi segreti con cui in passato c’era un rapporto di dare e avere:

“Non un contratto, ma quando ti facevano un favore sapevi che poi gli dovevi qualcosa. Basta tenere a mente la faccenda di Moro e Abbatino su questo sa molto più di me. Molto più di quello che ha detto. Abbatino parli, racconti la vera storia. Oggi i servizi segreti ci avrebbero chiesto una mano per fronteggiare il terrorismo islamico. Questo potrebbe essere stato uno scambio, visto che oggi ci troviamo in una situazione seria”.

Mancini, poi, racconta la sua esperienza da collaboratore di giustizia:

“Quando noi iniziamo la collaborazione ci addolciscono la pillola. Ci parlano di nuova identità, di nuova dignità. Ma poi all’improvviso scopri che loro non sappiano nemmeno cosa sia la dignità. Se domani arriva una moto con un cecchino che mi spara, io non me la prendo né con Carminati né con chi per lui. Io sono stato cacciato dal programma di protezione molto prima di lui. Ho avuto i miei momenti duri. Poi mi sono guardato attorno e mi sono ripreso la mia vita. Lo Stato non serve a niente. Se dovessi tornare indietro lo farei di nuovo, mi pentirei ancora, ma per me. Dello Stato non mi importa più niente, visto come si è comportato. Sono indignato che Abbatino sia in quelle condizioni, perché prima lo hanno usato e poi lo hanno abbandonato”.

 

Mancini ritiene, infine, che la Banda della Magliana esista ancora e sia viva e vegeta:

“Ancora prima di mafia capitale gli esperti dicevano che la banda era morta, mentre io dicevo che era viva e vegeta. E infatti così era. E’ viva, vegeta e prospera, solo che ha cambiato sistema. Noi l’avevamo creata soltanto per opporci alla supremazia delle organizzazioni meridionali, poi invece l’hanno trasformata in un sistema di potere. Roma ormai non la frequento più, ma Roma è Roma, per me non è cambiato niente, si spara solo di meno, perché sparare non è necessario”.

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