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Bimbo morto Furio Camillo: dipendente Atac accusato di omicidio colposo

ROMA – C’è un accusato di omicidio colposo per la morte del bimbo caduto nella tromba dell’ascensore della metro Furio Camillo (Roma): è il dipendente Atac che andò in soccorso di Marco Grandefronte, il bimbo di 4 anni che con la madre era rimasto bloccato da venti minuti nell’ascensore.

Era il 9 luglio 2015, un pomeriggio molto caldo e l’addetto dell’Atac che rischia di finire a processo non era autorizzato a intervenire in soccorso di mamma Francesca Giudice, giunta da Latina a Roma col piccolo Marco per fare shopping nel quartiere Appio-Tuscolano.

Francesca aspettava da venti minuti i soccorsi quando il dipendente Atac decise di intervenire con una procedura non regolamentare: fece salire un montacarichi al livello dell’ascensore, che la madre aveva preso per scendere nella fermata Furio Camillo della metro A.

Quando il montacarichi arrivò all’altezza dell’ascensore bloccato, si aprirono di mezzo metro le porte. Il piccolo Marco non aspettò che l’addetto Atac collocasse una passerella, non si accorse che doveva fare un saltino per arrivare al montacarichi e, correndo, andò verso il suo soccorritore cadendo nel vuoto per venti metri.

Michela Allegri sul Messaggero riporta la chiusura delle indagini sull’accaduto del pubblico ministero Maria Letizia Golfieri. I denunciati per omicidio colposo erano tre:

È un pomeriggio caldissimo. Marco stinge un peluche, cammina accanto a mamma Francesca, che spinge un passeggino. Hanno appena trascorso una giornata di shopping a Roma. Metro Furio Camillo, troppe scale da scendere: la donna decide di prendere l’ascensore che dalla biglietteria conduce ai binari. Premuto il pulsante che porta al piano interrato, la corsa d’improvviso s’arresta: Francesca e Marco sono bloccati lì dentro. Passano venti minuti, il caldo è insopportabile, il bimbo si agita. «Qui stiamo svenendo, non respiriamo. Potrebbe sollecitare?», dice Francesca parlando al microfono collegato con il gabbiotto della sicurezza.

Un tecnico dell’Atac risponde, decide d’intervenire. Non sarebbe di sua competenza: dovrebbe aspettare i soccorritori che sono già in viaggio verso la fermata. Effettua da solo la manovra di salvataggio. Fa scendere un montacarichi fino al livello dell’ascensore bloccato. Poi, apre entrambe le porte. Tutto succede in un lampo. Il tecnico dimentica di inserire una passerella nello spazio tra i due elevatori. Marco vede un pertugio, sguscia via dalle braccia della mamma e corre verso l’operatore. Preso dall’euforia, non riesce a precorrere quella breve distanza: non salta, cade nel varco, precipita per venti metri. «Mi è scivolato tra le dita», urla Francesca. Immediato l’intervento dei vigili del fuoco e dei paramedici del 118. Ma per il piccolo non c’è nulla da fare.

“È stata colpa mia”, disse tra le lacrime e in ginocchio il dipendente Atac. Piangeva e chiedeva perdono a Francesca, la mamma di Marco, che aveva visto il figlioletto scivolare via dalle sua mani. E lei, Francesca, piangendo lo aveva perdonato: “Non ce l’ho con lui, non lo denuncio”.

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