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Bimbo senza gambe: ginecologo già condannato per caso simile

Il medico dell'Ospedale Maggiore di Parma che ha fatto nascere il piccolo Bryan era già stato condannato nel 2013 per non aver diagnosticato in un feto una gravissima infezione che poi portò alla morte della neonata

PARMA  –  Bimbo senza gambe: il ginecologo che lo ha fatto nascere era stato già condannato per non aver diagnosticato in un feto una gravissima infezione che poi provocò la morte della bimba a soli quattro anni di vita. La condanna, riferisce Monica Tiezzi su La Gazzetta di Parma, era arrivata nel 2013. Il medico, T. B., non aveva fatto appello e aveva dovuto sborsare, anche attraverso la propria assicurazione, oltre mezzo milione di euro come risarcimento per le sofferenze causate alla neonata e ai suoi genitori.

La vicenda del piccolo Bryan, il bimbo nato senza gambe all’ospedale Maggiore di Parma, diventa quindi non un caso eccezionale ma il secondo episodio di pessima sanità del nosocomio emiliano e del curriculum del medico di base e ginecologo che ha seguito entrambi i parti. E che alla stessa Monica Tiezzi della Gazzetta di Parma, intervistato dopo l’episodio di Bryan, aveva negato che in passato fossero mai accaduti fatti simili:

«Ho trent’anni di esperienza, ho seguito migliaia di gravidanze e non mi era mai capitata una cosa simile»,

avrebbe detto alla Gazzetta di Parma, che sottolinea come quella dichiarazione non è mai stata smentita né dal medico né dal suo avvocato.

Scrive Tiezzi sulla Gazzetta di Parma:

“La sentenza, depositata al Tribunale di Parma nell’ottobre 2013, si riferisce a una causa civile intentata dai genitori della bambina (la chiameremo Francesca, ma non è il suo nome) nata nel 2003 con «gravissime compromissioni del proprio stato psico-fisico», come si legge nella sentenza, e morta nel 2008.

Il medico viene condannato per aver tenuto un «comportamento improntato ad imprudenza e imperizia» in relazione ai risultati di analisi fatte eseguire sulla gestante che avevano rivelato indizi di un’infezione da citomegalovirus, che può causare gravi danni al feto.

Lo specialista, si legge nella sentenza del giudice Renato Mari, «non pose diagnosi di infezione… e non provvide ad inviare la gestante presso un centro di riferimento per la patologia da citomegalovirus, né a richiedere (almeno) l’avidity test ed urgentemente esame di amniocentesi» che, si legge ancora, avrebbero potuto diagnosticare in modo inconfutabile l’infezione. La mamma non subì danni fisici ma non potè, non essendo informata dell’infezione e dei rischi che correva Francesca, prendere l’eventuale decisione di interrompere la gravidanza, si legge nel documento del Tribunale. Il giudice condanna quindi il medico a risarcire sia il danno biologico subito da papà e mamma, che videro lentamente spegnersi la figlia fra grandi sofferenze, che il danno patito da Francesca, nata totalmente inabile. Vengono anche stabilite somme risarcitorie per la perdita del lavoro da parte della mamma – vista l’esigenza di doversi occupare a tempo pieno della bimba – e per le spese mediche e legali sostenute dalla coppia”.

 

 


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