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Cancro, si curava con clisteri di caffè e frullati. Morta Giuditta di Matteo

CAGLIARI – Frullati, verdure e, soprattutto clisteri di caffè. Così Giuditta Di Matteo, 49 anni, insegnante elementare di Cagliari, ha creduto di curare il cancro. Cancro che, invece, l’ha uccisa. Giuditta Di Matteo non è purtroppo la prima vittima del cancro curato con metodi alternativi che cure non sono. Lei, dopo la diagnosi e tanta sofferenza, aveva scelto di affidarsi al cosiddetto “metodo di Max Gerson”.

Una metodologia che prende il nome da un medico brasiliano vissuto tra la fine dell’800 e la prima metà del ‘900. Già questo lascia capire più di qualcosa: il metodo, ammessa per un attimo ma assolutamente non concessa la sua correttezza teorica, è comunque datato, ha oltre mezzo secolo in cui la ricerca sul cancro è andata avanti.

La professoressa Di Matteo non ha scelto da subito i clisteri di caffè.  Quando nel 2002 le è stato diagnosticato il tumore al sistema linfatico si è affidata alle cure ufficiali. In un primo momento il cancro è sembrato scomparire ma poi è tornato. Aggressivo. Ha attaccato anche i polmoni. E la maestra, debilitata, non se l’è sentita di provare un altro ciclo di chemio. E ha scelto il metodo Gerson. Frullati e soprattutto clisteri di caffè, quelli a cui il medico attribuiva un valore decisivo nella guarigione dal cancro.  Come funziona il metodo e come sia finita la storia lo racconta La Stampa in un articolo firmato Nicola Pinna

Il metodo dei clisteri di caffè, secondo il protocollo di Max Gerson e dei suoi seguaci, sarebbe il più efficace per disintossicare l’organismo. A iniziare dal fegato. Frullati freschi e integratori naturali sarebbero fondamentali per tutto il resto: cioè, spiegano i fedelissimi del medico tedesco, fanno in modo che il tumore regredisca.

La terapia non è tossica, verissimo, ma resta il grande dubbio: è efficace? La medicina ufficiale non l’ha mai riconosciuta, ma in giro per il mondo alcuni medici continuano ad applicarla. Nel caso della maestra di Cagliari non si è rivelata utile. Lei, così raccontano i parenti e gli amici, non era un’amante del rischio o una donna irresponsabile. Tutt’altro: innamorata della vita, semplicemente affascinata da una cura sperimentale che inizialmente l’ha aiutata a vivere meglio e che però non le è stata molto utile. Anzi, le ha creato persino qualche problema burocratico: perché ai pazienti che non si sottopongono alla chemioterapia e alle cure convenzionali non viene riconosciuto lo stipendio intero durante il periodo di malattia. Non ha vinto questa battaglia e alla fine neanche quella più importante.