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Carcere, nasce Banca dati Dna: detenuti ora saranno schedati così

ROMA – Una Banca dati del Dna in cui schedare il codice genetico dei detenuti è nata in Italia. Il primo detenuto sottoposto all‘esame del Dna è uno straniero rinchiuso nel carcere di Regina Coeli, a cui è stato prelevato un campione di mucosa del cavo orale come previsto dal Regolamento attuativo della legge istitutiva della Banca. La raccolta del Dna inizia così nelle carceri italiane, dopo 7 anni di lavoro per una legge che lo preveda.

Cristiana Mangani scrive sul Messaggero che il lavoro per l’approvazione della legge e del Regolamento che rende operativa la raccolta di profili genetici per la Banca dati del Dna è iniziato il 30 giugno 2009 e ora è operativo, in tempi di terrorismo e di criminalità sempre più feroce. Un vero e proprio data base, come accade negli Stati Uniti, che ha richiesto la collaborazione di Garante della Privacy, Comitato nazionale per la biosicurezza e Consiglio di Stato per trovare un protocollo che rispettasse la dignità e la privacy di chi viene schedato:

“LE REGOLE
A dare notizia del primo prelievo è stato il Dap, il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. «L’esame a Regina Coeli – hanno informato – è stato attuato da personale della Polizia penitenziaria appositamente formato per questa attività. Lo stesso è stato fatto in altri istituti penali del Paese. Una volta raccolto, il campione è stato inviato al Laboratorio centrale per la banca dati nazionale del Dna istituito presso il Dap a Rebibbia e dotato di macchinari robotizzati per le varie fasi di tipizzazione del profilo genetico. Successivamente sarà mandato alla Banca dati nazionale istituita presso il Dipartimento di pubblica sicurezza». Non si potrà entrare in pos del codice genetico in modo indiscriminato. Il prelievo potrà essere fatto solo a detenuti per reati non colposi per i quali è consentito l’arresto facoltativo in flagranza, arrestati in flagranza di reato o sottoposti a fermo di indiziato di delitto. Esclusi tutti i reati non violenti, come illeciti societari o tributari.

L’accesso ai dati contenuti nella Banca dati è consentito alla polizia giudiziaria e all’autorità giudiziaria esclusivamente per fini di identificazione personale, nonché per le finalità di collaborazione internazionale di polizia. A seguito di assoluzione con sentenza definitiva perché il fatto non sussiste, perché l’imputato non lo ha commesso o perché il fatto non costituisce reato, è disposta d’ufficio la cancellazione dei profili del dna e la distruzione dei relativi campioni biologici. Il controllo è esercitato dal Garante per la privacy. Quarant’anni il termine massimo per cancellare il profilo, 20 quello per distruggere il relativo campione biologico.

LE POLEMICHE
Le modalità dell’esame realizzato nel carcere di via della Lungara non sono piaciute a tutti, e a sollevare le prime polemiche è stato il Sappe, sindacato della polizia penitenziaria, che ha contestato di non essere stato ammesso nel momento in cui veniva effettuato il prelievo. «Un fatto storico – ha spiegato il segretario Donato Capece – dal quale sono state tenute fuori le rappresentanze sindacali»”Carcere, nasce Banca dati Dna: detenuti ora saranno schedati così.


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