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Castrazione senza anestesia dei maialini VIDEO

ROMA – La castrazione dei maialini rigorosamente senza anestesia entro il settimo giorno dalla nascita è pratica comune negli allevamenti italiani. Comune e legale, perché le leggi Ue la consentono, crudele perché, sempre a norma di legge, ai suini appena nati non viene somministrata alcuna forma di supporto, anestetico o veterinario. Vengono castrati – e gli viene amputata la coda – così, di fronte alle mamme che assistono impotenti dalle gabbie dove sono rinchiuse, da un solo operaio. Fino al settimo giorno non serve neppure la presenza di un veterinario.

E’ quanto documentato da varie riprese e fotografie (la Lega anti-vivisezione, l’associazione animalista We Animals con il lavoro fotografico della canadese Jo-Anne McArthur) negli allevamenti del nord Italia. In particolare la Lav ha realizzato un video riprendendo di nascosto quanto succede negli allevamenti delle province di Brescia, Mantova, Cremona.

Foto e film choccanti per sensibilizzare gli umani sulle sofferenze, spesso ingiustificate, che infliggono agli animali. Condizioni di vita che solo il concetto di lager si avvicina a descrivere e pratiche come questo tipo di castrazione senza anestesia, sono la regola, non l’eccezione.

Ma perché la castrazione? Nel 2014 il 67% dei suini allevati in Ue sono stati castrati: 83 milioni di animali sui 124 milioni di suini maschi complessivi. Il suino italiano destinato a produrre il prosciutto richiede la castrazione chirurgica nel 100% dei casi, per eliminare alla radice il cosiddetto “odore di verro”, legato alla secrezione degli ormoni maschili.

Tuttavia, sostengono le associazioni animaliste, solo nel 3,3% dei casi questo malodore si manifesta. E, insistono, sono già percorribili strade alternative, tra cui la vaccinazione contro l’odor di verro che in 63 paesi è già realtà.

“Quanti cittadini hanno consapevolezza delle mutilazioni e delle sofferenze inflitte ai maiali in tenerissima età? – si chiedono dall’associazione animalista – Tutto questo non è giustificabile in un’ottica costi-benefici, perché esistono alternative valide ed efficaci anche dal punto di vista della produttività, ma soprattutto dal punto di vista etico la castrazione rappresenta una ulteriore, inaccettabile, violenza che si aggiunge allo sfruttamento degli animali e alle loro terribili condizioni di detenzione negli allevamenti: una prassi antica e disumana che le lobby zootecniche e industriali continuano a difendere, oltre ogni evidenza e in contrasto con la mutata e accresciuta sensibilità dei consumatori”. (Lav, nell’articolo di Beatrice Montini, Corriere della Sera).


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