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Ciro Esposito, la madre chiede giustizia: “Manca verità su mio figlio”

ROMA – La mamma di Ciro Esposito chiede giustizia per il figlio, morto a 29 anni dopo essere stato ferito nel maggio 2014 fuori dallo stadio Olimpico di Roma, prima della partita Napoli-Fiorentina. Ciro ha resistito per 53 giorni prima di morire e la madre Antonella Leardi, vedendo il docufilm prodotto da Sky, dichiara che “manca un pezzo di verità” sulla morte di suo figlio. Per l’omicidio di Ciro Esposito è stato Daniele De Santis è stato condannato a 26 anni di carcere, ma mamma Antonella è convinta che lui non sia l’unico ad aver ucciso suo figlio.

Cristiana Mangani su Il Messaggero scrive che Antonella continua a guardare il docufilm prodotto da Sky e spiega che, secondo lei, la verità non è ancora venuta fuori:

“Non è stato solo Daniele De Santis a uccidere mio figlio. I magistrati hanno lavorato tanto, ma la verità intera non è mai venuta fuori. Sin dal primo momento ho capito che di questo ultrà romanista che ha sparato a Ciro si sarebbe saputo poco o niente. Quasi che la sua vita fosse avvolta nel mistero”. Procura e Corte d’assise sono convinti che l’uomo non abbia agito da solo, ma è stato impossibile riuscire a individuare gli altri complici”.

Intanto nella casa di Scampia, a Napoli, la vita di Antonella prosegue e la stanza del figlio Ciro Esposito è rimasta come lui l’ha lasciata:

“Sullo schermo del televisore che proietta il documentario (andrà in onda domani sera su Sky Atlantic) si vede solo il corpo inerme del ragazzo napoletano, mentre intorno il suo bel viso sorridente ti guarda dal frigorifero, dalle pareti, dai soprammobili della cucina. «La mia paura più grande? – si strugge la madre, mentre l’avvocato Pisani che la ha assistita dal giorno della disgrazia, la conforta – È che giorno dopo giorno il volto di mio figlio si affievolirà nella memoria, e smetterò anche di ricordare la sua voce».

Per questa ragione Antonella Leardi ha fondato l’associazione Ciro vive, per continuare la sua battaglia, e organizza incontri nelle scuole, nelle carceri, per tentare di far capire che non bisogna cedere alla violenza. «Ma mi rendo conto – aggiunge – che, nonostante mio figlio sia morto, le cose non sono cambiate per niente, sono sola a combattere contro un sistema che non vuole modificare nulla. E questa è una vergogna». Poi lo sfogo: «In questo periodo ho avuto tanta gente vicina, ma anche persone che mi hanno criticato, avrebbero preferito che rimanessi in silenzio. È facile per tutti parlare di legalità, di quello che andrebbe fatto e di come andrebbe fatto, è un argomento del quale tanti si riempiono la bocca, ma non è a loro che è morto un figlio»”.