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Cocaina nella Roma bene: altri assolti dopo Serena Grandi

ROMA – Una vicenda di cocaina e festini con squillo finita, dopo oltre 12 anni, con la maggior parte degli imputati assolti. Una vicenda che toccò anche l’attrice Serena Grandi. Ne parla Libero:

L’inchiesta era esplosa il 19 novembre 2003 con 19 arresti, tra i quali Serena Grandi, due finanzieri della scorta di Emilio Colombo (accusati di portare direttamente al ministero la droga al senatore a vita) e altri personaggi di spicco. Lunedì scorso il tribunale di Roma ha finalmente emesso la sentenza: tutti assolti per non avere commesso il fatto, ad eccezione di colui che era stato indicato come il principale spacciatore di cocaina, Giuseppe Martello (condannato a 5 anni di reclusione), e la procacciatrice di “ragazze”, Lyudmyla Derkach (che ha preso 4 anni e 6 mesi per sfruttamento della prostituzione).

Per tutti gli altri, che hanno vissuto 12 anni macchiati da sospetti «disonorevoli», solo una lunga attesa prima di vedere finire un incubo che non restituirà mai le carriere interrotte e i matrimoni scoppiati. Lo racconta l’avvocato Armando De Bonis, che oggi si occupa di diritto civile, ma all’epoca, 46 anni, era un lanciatissimo dirigente della sesta divisione della direzione generale degli enti cooperativi del Ministero delle Attività Produttive (oggi dicastero per lo Sviluppo Economico) e consigliere d’amministrazione di una Bcc in Calabria. Sposato, padre di due bambine, ai tempi di 6 e 8 anni, De Bonis era finito direttamente a Regina Coeli con le accuse di cessione di sostanza stupefacente e favoreggiamento dello sfruttamento della prostituzione. Lui, uomo del Sud, che aveva trovato prestigio a Roma lasciando la moglie a gestire la farmacia del paese di nascita, dove tornava a week end alterni: «Colpito nell’onore», spiega oggi, «avevo trascinato con me tutta la famiglia».

De Bonis era stato chiamato dalla polizia con una scusa e invitato ad andare in Questura. Lui aveva abboccato all’amo e così, in giacca e cravatta, senza un cambio o uno spazzolino da denti, notificato l’ordine di cattura era stato portato in carcere. Diciannove giorni dopo gli erano stati concessi i domiciliari. Cinque mesi di arresti nella casa in Calabria, con la moglie e le figlie. «Io al gip avevo ammesso solo la verità, di conoscere Martello e di avere “frequentato” Lyudmyla», ricorda l’imputato da pochi giorni prosciolto, «ma il mio avvocato voleva che ammettessi l’uso personale della droga per sfilarmi al più presto dalla vicenda, come fecero Serena Grandi e altri 4. Per me era inconcepibile tenermi la macchia di una cosa non fatta e nel 2007 ero stato rinviato a giudizio». Da lì via tutti gli incarichi, la separazione dalla moglie e le figlie in analisi. «Adesso le mie ragazze studiano giurisprudenza a Roma, hanno visto la verità trionfare e chissà che anche con mia moglie non sia troppo tardi. La carriera, invece, è volata via».